[SERBIA] Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Ago 01, 2016 by nessunofermalestelle in  il viaggio Serbia video

Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Serbia, Macedonia, Turchia, Iran, Pakistan saranno i paesi sulla nostra rotta verso est, ovvero il progetto di viaggio di Nessunofermalestelle.
Giunti a Belgrado la percezione di essere viaggiatori contro corrente si rende palese in modo violento. Ci rendiamo conto di essere esattamente nel mezzo dell’enorme fiume migratorio verso l’Europa.

Se doveste passare nel parco antistante la stazione degli autobus e avere la sensazione che il color arancio sia stranamente predominante sul verde, non avete le traveggole, ma state guardando le recinzioni che delimitano uno dei campi profughi di Belgrado.
La situazione è paradossale ed in quanto tale, preoccupante. Se vi inoltraste nel parco, vedreste un capanno di legno proprio tra le recinzioni, giusto di fianco a caffetterie e chioschi, intenti a vendere sigarette e giornali ai viaggiatori in partenza in bus: siete all’Infopark.

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Non un punto informazioni per visitare i parchi pubblici belgradesi, ma una base dell’International refugees commitee. Qui potreste incontrare Rashid, 28 anni, dopo un viaggio di 6 mesi dal Pakistan, pagato 8000 euro, in attesa qui a Belgrado da 2 mesi, nella speranza di trovare un passaggio verso ovest, oppure Mate Ullah, 25 anni, fuggito dalle bombe sganciate su Jalalabad, o Mohammed che lascia una Aleppo rasa al suolo, o ancora Shams, Hassnen, Mohssan, Mohammed…
Parlando con Amir o Ahmad, fermi a Belgrado da settimane o mesi, c’è la sensazione di parlare con persone che non hanno perso la fiducia nel raggiungimento della loro meta finale, per qualcuno Italia, per altri Francia, per molti Germania.
Alla domanda più banale a cui si possa rispondere in una situazione come questa, ovvero : “come stai?” la risposta è tanto frequente, quanto sorprendente: “Qui non si sta male, c’è cibo, acqua, certo è un pò scomodo dormire a terra, ma speriamo di trovare presto un passaggio per l’Ungheria (snodo migratorio e unica porta verso ovest, ufficialmente chiusa)”.

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Attraversando Karađorđeva Ulica, il viale che delimita il parco della stazione, salendo per Koče Popovića, vi troverete in Gavrila Principa di fronte al cuore pulsante del sistema d’accoglienza rifugiati di Belgrado ovvero il Miksalište 2.0. Poco più avanti proseguendo sulla via, tra un parrucchiere per signora e una panetteria, il Park Luke Ćelovića, soprannominato dai belgradesi Pussy Park.. da qualche mese è diventato l’Afghani Park. Questo piccolo parco, anch’esso recintato e con una fontana (potabile) nel mezzo, ospita durante la notte anche 2000 persone, tra profughi generici e richiedenti asilo. Durante il giorno, sotto lo sguardo curioso e sconcertato di turisti che, dirigendosi verso il centro attraversano il parco con passo accelerato, la terra sembra arata, centinaia di persone cercano di riposare riparandosi dal caldo estivo in pochi metri quadri all’ombra degli sparuti alberi, di lavarsi alla fontana pubblica, di connettersi al wifi del negozio alimentari al di là della strada, qualcuno gioca a carte, altri con un hula hop di una ragazza tedesca, altri si dividono delle scatole di tonno.. si percepisce una quotidianità, quasi come ci fosse assuefazione e necessità di dimenticare il contesto limite in cui si trovano. Gli operatori del Mikstaliste mi raccontano dell’inverno passato: scene di fango, freddo e morti da congelamento; quest’anno la temperatura a Belgrado ha raggiunto anche i 15 gradi sotto zero.

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Cosa sia precisamente il Mikstaliste 2.0 è complesso, perchè è una realtà ibrida, gestita da differenti associazioni con funzioni molteplici.
Chiedo ad Albert (responsabile dei volontari di Mikstaliste) di spiegare come è composta e quali organizzazioni collaborano a questo progetto.
Albert: “Al progetto, oltre ai lavoratori e volontari diretti di Mikstaliste, partecipano come partner o collaboratori: NSHC (centro umanitario di Novi Sad), Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde,Srpska Pravoslavna Crkva; СПЦ / SPC (la chiesa ortodossa serba) e altre collaborazioni sporadiche locali come con InfoPark (vedi sopra nda). Alcune di queste associazioni si occupano di aspetti specifici, ad esempio STC si occupa sopratutto di minori e famiglie e MDM si occupa di assistenza sanitaria, altre si rendono utili inviando generi di prima necessità o mettendo a disposizione i propri volontari a seconda delle necessità del progetto.
Pietro: “ Lo stato Serbo o la municipalità di Belgrado in qulche modo supporta il vostro lavoro?”
Albert: “Diciamo che ci lasciano fare, non fanno, o meglio.. l’unica cosa concreta che hanno costruito sono le transenne per delimitare i parchi pubblici in questa zona. Lo stato Serbo in questo momento è accondiscendente”.
Pietro: “Quali attività e servizi offrite a M.2.0?”
Albert: “All’interno dello spazio di Gavrila Princip Ulica viene distribuita la colazione, il pranzo, preparate le cene a sacco e portate al campo, inoltre offriamo un servizio di distribuzione di scarpe e vestiti, un internet point, uno spazio ricreativo per bambini e un ambulatorio medico. Oltre la stazione dei treni a due passi da qui, c’è l’Asylum info center, dove offriamo uno sportello informazioni per la richiesta di asilo, un altro internet point, uno spazio ricreativo protetto per minori e sportelli di ascolto psicologico”.

Alle 22.30 io e Andrea arriviamo al Mikstaliste per la preparazione e la distribuzione delle cene al sacco per l’afghani park. Nel sacchetto: 1 conf. gallette di riso, 1 conf tonno in scatola da 400g, 1 con di Tak (biscotti salati tipo Tuk), 2 conf. monodose di marmellata, 1 banana. infiliamo tutto in sacchetti di plastica, poi in zainetti a sacco.. dei quali avrei capito a brevissimo la funzione, a mie spese. Metto a tracolla macchina fotografica, cavalletto e le borse col cibo e andiamo a piedi verso il parco. Riesco ad avere, giusto in tempo, la lucidità di smettere di riprendere e staccare la macchina dalla tracolla, tenendola salda in mano. Appena arrivati, i ragazzi del campo si avvicinano bramosi, ma anche divertiti. Cominciamo a distribuire, ma in pochi minuti la situazione sfugge di mano, quando i primi ragazzi cercano di sfilare i sacchetti, che sono però sfortunatamente attaccati al mio collo, la ressa si fa quasi rissa e per poco non distribuisco anche il mio collo e il sacco con il cavalletto della nikon, finchè i sacchetti sinalmente finiscono. Il putiferio dura solo pochi minuti, poi scherzo coi ragazzi sul fatto che mi stavano quasi strozzando, ma ora avrei tenuto conto della lezione per la prossima distribuzione, non mettendomi a tracolla i sacchi, ma solo sulle spalle, i ragazzi ridono divertiti, anche io (anche se sotto i baffi il sorriso è un pò più teso di quanto appaia).

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La mattina sono di nuovo al Mikstaliste per le colazioni. Una fila ordinata arriva fino alla scala esterna, le persone aumentano costantemente dalle 10 fino alle 12.30 circa.. alla fila per le colazioni si aggiunge quella per il magazzino di distribuzione vestiti. Quattro operatori aiutano nella scelta dei vestiti e delle scarpe che vengono consegnate in cambio di quelle vecchie e contrassegnate con una striscia di colore spray.

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Il Mikstaliste verso le 13,30 ha raggiunto la sua massima capienza e si crea un’altra fila per la distribuzione dei pasti, il tutto incredibilmente organizzato e gli operatori sembrano coordinarsi perfettamente senza troppe parole: la macchina è ormai rodata.

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Parlo con George (Serbo – ex volontario, ora responsabile del magazzino del Mikstaliste): nei suoi occhi l’entusiasmo e la passione per il lavoro che sta portando avanti assieme agli altri lavoratori legati al progetto, ma dalle sue parole emerge la consapevolezza che il sistema d’accoglienza che offrono ai rifugiati, seppur fondamentale, sia solo un palliativo per una situazione drammatica.

Pietro: “Da dove arrivano i rifugiati che accogliete?”
George: “Circa il 75 – 80% sono Afghani, di cui la metà minori che non hanno mai visto l’Afghanistan, ma nati nei campi profughi in Iran e Pakistan, arrivano qui in gruppi, che potremmo chiamare vere e proprie gang, il restante 20% proviene da Siria, Kurdistan Iracheno e una piccola parte da altre rotte migratorie.”

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Pietro: “Quante donne ci sono tra i rifugiati a Belgrado?”
Georgie: “Le donne sono solo una piccola minoranza; in questo momento abbiamo solo 50 donne che vanno dai 14 ai 65, ma abbiamo anche una signora siriana di 92 anni..”
Pietro: “Se dovessi avere la gestione dei finanziamenti del progetto, su cosa investiresti?”
Georgie: “Qui cè bisogno di tutto: cibo, vestiti, qualsiasi cosa, banalmente anche di porte per dividere gli spazi, che sono cadute. Il modo migliore per aiutarci è venire qui e portare qualsiasi cosa pensiate possa essere utile e valuteremo assieme, oppure chiunque voglia partecipare come volontario è il benvenuto, anche solo per un giorno, o se siete lontani e non potete passare da Belgrado, potete fare una donazione ad una delle associazioni parter, specificando che i soldi siano destinati al progetto Mikstaliste di Belgrado”
Pietro: ” Come è evoluta la situazione in questo ultimo anno e come pensi possa evolversi”
Georgie” La situazione è abbastanza stabile, ogni giorno qui transitano, anzi si bloccano decine, centinaia di persone, chi ha più soldi, in due o tre giorni trova un passaggio dagli smugglers, chi ne ha meno può metterci mesi o addirittura non muoversi più, i più capaci e affidabili addirittura dopo qualche mese entrano nelle organizzazioni di accoglienza come interpreti o facilitatori.”….
…“ La maggior parte degli smugglers trasporta rifugiati fino all’Ungheria, dove però le frontiere sono chiuse e ci vogliono altri soldi per riuscire a passare illegalmente il confine verso ovest. I campi profughi in Ungheria sono in condizioni pietose, ai limiti dell’umana sopportazione, inoltre le incursione della Angry Police (in inglese può suonare anche come polizia arrabbiata o Hungarian police o Hungry .. affamata) sono frequenti e sanguinose, molti migranti infatti tornano a Belgrado per riprendere fiato e ci riprovano una seconda o una terza volta.”…

…”Tornando alla domanda precedente, la vera necessità è che le frontiere vengano riaperte e i governi si coordino per assistere nel miglior modo possibile queste persone in fuga.. questa è l’unica cosa di cui c’è assoluto bisogno”

Forse questa ultima frase suona come un appello, per chi tutti i giorni vede con i propri occhi la speranza e la disperazione di centinaia di persone e che cerca di gestire gli aiuti umanitari che non bastano mai.

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link: www.facebook.com/RefugeeAidMiksaliste/
NSHC, Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde
nessunofermalestelle.org

Qualcuno non capirà il tuo viaggio… ma non è il loro viaggio. è il tuo!

Feb 01, 2016

Se vai a Milano, prendi l’ombrello che a Palermo piove!!

I giorni passano e le notizie che arrivano dal mondo non sono delle più rassicuranti.
Ti sforzi di fare appello a tutte le risorse intelletuali che possiedi per costruire un quadro logico della situazione.
Intanto cresce l’insofferenza per chi critica e cerca di dissuaderti dall’itinerario del tuo viaggio, soprattutto quando nomini paesi come IRAN, PAKISTAN, TURCHIA.

Ieri ho parlato con un ragazzo della Siria, in italia da 8 anni. Mi ha raccontato di essere stato nel suo paese nel 2014. La situazione è la seguente: ci sono zone dove sparatorie, cecchini e bombe sono all’ordine del giorno, eppure la vita scorre normale. La popolazione si è ormai abituata, cos’altro deve fare? E poi ci sono zone dove invece non succede assolutamente nulla, per esempio la sua città. Mi dice che le ambasciate rialsciano ancora visti turistici.

Qualche giorno fa invece ho parlato con un signore del Pakistan, qui dove lavoro, e mi ha confermato come le zone pericolose siano le aree tribali (a nord-ovest lungo il confine con l’Afganistan) e la città di Karaci. Per il resto… piuttosto c’è d’aver paura del traffico!

La guerra non è quella cosa per cui appena si entra in uno Stato ci si trova sotto tiro di armi da fuoco da tutte le parti. Ricordiamoci come anche in Italia la gente viveva, lavorava e cresceva durante le due guerre mondiali.

Generalizzare sulle questioni di sicurezza di paesi, su cui conosciamo poco, lo trovo profondamente offensivo.
E’ come non voler visitare Udine perchè a Napoli c’è la camorra.
E’ come non voler stringere la mano a un malato di aids pur sapendo che non c’è nessun pericolo di contagio.
E’ come non voler sedersi di fianco a un uomo che indossa una tunica durante un volo aereo.

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Andrea durante un viaggio in Siria nel 2009

Lungo il nostro viaggio passeremo sicuramente in Paesi al cui interno oggi si rilevano scontri armati. Ma stiamo parlando di alcune zone all’interno di grandi Paesi. Nelle altre zone il rischio di attentati o conflitti è pari a quello che ci può essere in qualunque altra città europea. Anzi, possiamo sicuramente affermare che negli ultimi mesi ci sono stati più morti per mano dell’ISIS a Parigi rispetto a Islamabad. Inoltre tra le 50 città più pericolose al mondo non ve n’è nessuna che attraverseremo, mentre ve ne sono in Brasile e Stati Uniti, e chi si sognerebbe mai di ammonire qualcuno che va in vacanza in quei posti? E potrei andare avanti all’infinito… ma non voglio citare dati di cui non ho fonti.

E’ come uscire con l’ombrello perchè hai saputo che a 1000km di distanza sta piovendo!

Sembra proprio che certi paesi nutrono di cattiva reputazione infondata, alimentata dalla paura del diverso e da anni di pressione mediatica contro un certo lato di mondo.

In questi mesi ci informeremo il più possibile su dove siano effettivamente queste zone ad alto rischio e staremo ben attenti a tenerci lontano quanto basta da esse.
Per il resto non vogliamo privarci delle bellezze artistiche e culturali e la ricchezza degli incontri che faremo lungo la strada che c’è da qui… a Saigon!

(Andrea)

la frase del titolo è una riadattamento di una frase di Zero Dean

[SERBIA] Kusadak: travolti da un insolito destino nella campagna Serba

Ago 08, 2016

Visita al campo di lavoro di Kusadak – Young Researcher of Serbia 

E’ il primo agosto 2016. Partiamo dalla sede dell’associazione giovanile Mladi Istrazivaci Srbije (Young Researcher of Serbia) a Belgrado nel tardo pomeriggio, sorpresi dalla pioggia improvvisa. Siamo arrivati a loro grazie a Yap Italia, associazione di volontariato di Roma. In tasca il taccuino con un nome: Kusadak, villaggio ad una settantina di chilometri dalla capitale serba, dove in queste settimane si sta svolgendo il kamp “Design Green Kusadak”.

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Quando arriviamo, ancora bagnati dalla pioggia, i ragazzi del work camp sono nel centro sportivo e hanno appena finito di cenare. Kristina e Giulio, i due kampleaders locali, ci accolgono calorosamente e ci presentano il gruppo di volontari.
Un’italiana, tre serbe, una ungherese, una tedesca, due spagnoli e uno ceco: ecco la composizione geograficamente eterogenea del campo, che porta a rappresentanza di mezza Europa, dieci ragazzi ad immergersi nella profonda campagna serba.

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L’obiettivo del workcamp è quello di portare a nuova vita il piccolo lago di Kusadačkog, poco più di uno stagno immerso nel bosco adiacente al villaggio, popolato da qualche padre che vuole insegnare al figlio l’arte della pesca, qualche coppia di amanti che si scambiano effusioni (e qualche schiaffo per eliminare le migliaia di mosche, anch’esse intente a godersi la pace del luogo) e qualche fedele in transito dal Monastero di Pinosava risalente al XVII sec., a soli pochi metri di distanza.
Il Design green kamp in queste settimane ha ripulito lo spazio adiacente al lago, sistemato il selciato circolare, costruito un ponte che permette di passare un profondo fossato, panche e tavoli da pic nic, insomma contribuito al programma di riqualificazione iniziato qualche anno fa, quando il lago era popolato probabilmente solo da coleotteri, zanzare e qualche pesce annoiato nell’acqua torbida.

Maria Luisa, volontaria della Campania, ci racconta le sue impressioni sul campo:

“Sono venuta a conoscenza di questo campo un po’ per caso attraverso l’associazione italiana Lunaria. Ho scelto Kusadak principalmente perchè la composizione dei partecipanti era molto varia e sarebbe stata sicuramente una occasione per confrontarmi con altre persone provenienti da paesi diversi dell’Europa politica e sopratutto sarei stata l’unica italiana! Ottima occasione per esercitarmi nel mio scarso inglese..certo.. finchè sono arrivati questi due di nessuno ferma le stelle.. due pazzi italiani!”

“Certo in questo campo ci sono stati un po’ di problemi, sopratutto all’inizio, legati alla reperibilità dei materiali da costruzione e all’organizzazione logistica, infatti non ci sono mai stati orari precisi di lavoro; proprio per questo motivo non è stato possibile programmare uscite sul territorio per visitare località vicine di un qualche interesse culturale o ambientale, ma abbiamo fatto gita all’acquapark, che con questo gruppo , non poteva che essere divertente. Nel suo complesso è stata una esperienza unica e interessante per le belle persone conosciute e per il contatto forte con la popolazione del villaggio”

DSCN4207I volontari sembrano completamente a loro agio e immersi nella realtà locale, infatti talvolta è impossibile distinguere loro dai ragazzi di Kusadak , onnipresenti a ogni ora del giorno.
Le giornate dei campisti si svolgono principalmente in tre luoghi: il parco del lago, dove vengono realizzate le opere sul campo, il centro sportivo, dove cucinano, mangiano e si lavano, la scuola elementare dove, dormono nelle classi tra un banco e l’altro su comodi materassini gonfiabili e il bar, l’unico del paese, che concede un po’ di relax a fine giornata.

 

In questi due giorni il duo nessunofermalestelle si è fermato qua. I muscoli fanno male, i vestiti puzzano di legna arsa, i piedi sporchi di vernice, ma il clima che si respira è quello della vita comunitaria, di partecipazione e condivisione.. commistione di culture, lingue che si mescolano, i confini delle identità nazionali che si sfumano..è quello che cerchiamo durante il nostro viaggio verso Saigon.
infatti..ci fermeremo qui anche questa notte..

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Se state attraversando la Serbia, che siate a diretti verso il Kosovo o verso Belgrado sulla statale che passa da Kragujevac, vi consigliamo di fermarvi da Kusadak immergervi nella vera Serbia rurale e visitare il monastero di Pinosava e bere un caffè alla turca con la generosa madre Tecla, che vive proprio nella casa antistante il piccolo cimitero.

link associazione: http://www.mis.org.rs/

 

 

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[GRECIA] Controcorrente, visita al Campo Profughi di Vasilika

Ago 25, 2016

Controcorrente sulla Balkan route: a poche decine di chilometri da Salonicco (GR), il campo profughi di Vasilika. Abbiamo incontrato i catalani di EkoProject e l’associazione italiana Mam beyond border, due realtà che lavorano per rendere più sopportabile la vita nel campo ai 1200 rifugiati, di cui centinaia sono bambini.

Qualche settimana fa eravamo a Belgrado e da li abbiamo pubblicato un articolo sulla drammatica situazione in cui stanno vivendo centinaia di profughi nella capitale Serba e siamo entrati negli spazi di Mikstaliste. Si parlava di rotta balcanica paragonandola ad un imbuto, infatti più ci si spinge ad est “controcorrente”, più i numeri dei profughi aumenta. Se in Serbia ci sono circa 4000 profughi, in Grecia si parla di più di 50000 .

Questa la nostra visita al campo di Vasilika:

12 agosto: siamo a Portokali (orange beach), in un luogo meraviglioso sulla costa est di Sithona, il secondo dito della penisola calcidica. Quando cala il sole, suonando sugli scogli vicino al mare cristallino, conosciamo il gruppo di volontari che operano presso il campo di Vasilika, oggi è venerdì e sono nel giorno di pausa. I ragazzi, quasi tutti catalani, ci raccontano che proprio in questi giorni come collettivo Eko stanno aprendo uno spazio autonomo educativo e ricreativo proprio a fianco al campo profughi ufficiale, controllato dai militari greci e gestito da numerose associazioni e ong.

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13 agosto: La mattina successiva copro i 130 km che mi separano da Vasilika e riconosco il campo e i suoi enormi capannoni industriali dalla strada grazie alle foto viste ieri dai volontari. Appena parcheggiata la star, proprio all’ingresso del campo,un ragazzo ad un tavolino di plastica colmo di barattoli di caffè solubile, mi invita a provare il suo frappè al caffè. Lui è Mahmud, Siriano di Aleppo, come la maggior parte qui al campo; mi racconta di aver lavorato in una caffetteria nel centro della sua città, ma ora “problem in Aleppo”, mi racconta della sua città caduta sotto le bombe e i colpi di granata. Mentre sto bevendo il frappè ricolmo di schiuma, un altro ragazzo si offre di accompagnarmi allo spazio di Eko “dagli spagnoli”(che non me ne vogliano i catalani) mi dice, perchè qui i militari non ti fanno entrare..

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A circa 100 metri di distanza dal campo, lo spazio Eko è all’interno di un giardino di un’abitazione privata. Decine di ragazzi sono impegnati a costruire nuovi capannoni, a creare collegamenti elettrici, a gestire i bambini arrivati dal campo.

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C’è frenesia, infatti proprio oggi si da il via alle attività del nuovo spazio Eko . C’è una zona gioco all’aperto e una coperta, un tendone dove verranno fatte attività per le donne, una scuola, una biblioteca e due spazi ancora in costruzione, uno spazio per adolescenti e la cucina.

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14 agosto: arrivato al campo, mentre sto bevendo l’ennesimo freppè di Mohammed per rifocillarmi dopo essermi perso nelle campagne nei dintorni di Vasilika, le guardie del campo mi chiamano.. “Hey vespaman! Came here!”. Mi chiedono del viaggio in Vietnam e mi chiedono pareri sulle maggiori marche di moto italiane.. fingo di saperne qualcosa, dico di conoscere l’associazione Mam Beyond Borders e vorrei visitare il campo, alla fine mi concedono di entrare.

Nello spazio esterno c’è un capannone dove vengono svolte attività ricreative ed educative e distribuiti i pranzi. All’interno di capannoni immensi sono piantate centinaia di tende dell’UNHCR.

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DSC_0117Alcuni ospiti del campo mi conducono alla tenda di Hasan, che oltre a fungere da alloggio è un ibrido tra una biblioteca ed una infermeria. Tra i libri c’è anche un irriconoscibile Paulo Cohelo tradotto in arabo. Hasan ad Aleppo,  si occupava del primo soccorso in ambulanza, mi racconta dei devastanti bombardamenti sulla città e delle migliaia di persone soccorse. Nel campo il medico è una presenza poco costante, quindi Hasan è diventato a tutti gli effetti un farmacista, un medico, un formatore. Mentre sono nella sua tenda numerose persone passano per curare piccole infermità. Hasan mi invita a mangiare con la sua famiglia nell’altra tenda. Il cibo distribuito al campo è mediocre, quindi la madre recupera alcuni ingredienti e rimaneggiandoli con sapienza crea pasti dal puro sapore Siriano ad esempio trasformando gommosi panini per hot dog in deliziosi ‘panzerotti’ al formaggio. Finito il pranzo alcune ragazze vengono a chiamare Hasan, stanno aspettando che inizi il suo corso di first aid. Assisto alla lezione e oggi il tema principale è come portare una barella, con tanto di dimostrazione pratica.

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Le persone all’interno del campo, dopo mesi di attesa cercano di ricrearsi una vita, cercando di condurre una vita in uno spazio che è un “non luogo”, dove le condizioni di vita sono al limite, mettendo a disposizione proprie competenze come Asia che continua a fare la parrucchiera, come Mahmud con la sua caffetteria, come Hasan con la farmacia e i corsi di first aid. 

Attraversare i capannoni, è come attraversare un vero e proprio villaggio, i bambini giocano su altalene improvvisate, un uomo si fa la barba davanti alla propria tenda, c’è chi cucina, chi legge, ci sono piccole bancarelle con frutta e verdura.

La capacità di sopravvivenza e di adattamento dell’uomo è grandiosa, ma questo non può portare a pensare che possa un giorno, la vita del campo diventare una vita normale. Le condizioni igieniche rimangono scarse, in questa stagione il caldo può diventare insopportabile e l’inverno insostenibile.

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Nonostante tutti gli sforzi delle realtà che collaborano all’interno del campo per garantire formazione ai più giovani e spazi ludici, pensare che bambini possano crescere all’interno di un campo profughi è aberrante. La vita è fuori dal campo ed esiterà solo quando queste persone potranno arrivare alla loro meta.

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EKO PROJECT nasce dall’esperienza del campo autogestito Eko, vicino ad Idomeni, sgomberato qualche mese fa. Il progetto è completamente catalano, ma accetta volontari da tutto il mondo. L’approccio di Eko è differente dalle associazioni che lavorano all’interno del campo, infatti la gestione dello spazio è fuori dal terreno del campo ufficiale ed è completamente autogestito ed indipendente. L’indipendenza di Eko gli permette di muoversi veloci nella costruzione del progetto, senza dover richiedere permessi e scendere a compromessi con la gestione militare del campo ufficiale, dall’altro lato il campo,fa i conti con la precarietà. Mi ha colpito l’estrema praticità e concretezza di Eko.

Proprio in questi giorni ha aperto il nuovo Spazio Donne gestito da Giada, una ragazza Italiana che da mesi collabora con EKO.

Per saperne di più e seguire gli aggiornamenti del campo guardate sulla loro pagina FB qui sotto.

https://www.facebook.com/Ekommunity/

MAM BEYOND THE BORDER è una associazione italiana che nel campo si occupa di seguire i più piccoli e le madri, mettendo a disposizione anche infermiere ed ostetricie. Il principale compito è quello di assistere le madri in gravidanza fino a dopo il parto, con appoggio medico e psicosociale. MBB all’interno del campo in realtà si occupa di molto altro, come le attività di animazione per i più piccoli o organizzando iniziative culturali.

https://www.facebook.com/MAMbeyondborder/

http://www.mambeyondborders.org/

Altre associazioni collaborano con il campo di Vasilika come: Save the Children, Firdaus e Intervolve

Le realtà che lavorano a Vasilika come negli altri campi necessitano costantemente di volontari, sopratutto da ora che va a terminare la stagione turistica e molti studenti che hanno partecipato ai progetti, tornano nel loro paese. Se volete dare una mano direttamente in loco o attraverso una donazione potete connettervi ai link sopra.

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