[SERBIA] Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Ago 01, 2016 by nessunofermalestelle in  il viaggio Serbia video

Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Serbia, Macedonia, Turchia, Iran, Pakistan saranno i paesi sulla nostra rotta verso est, ovvero il progetto di viaggio di Nessunofermalestelle.
Giunti a Belgrado la percezione di essere viaggiatori contro corrente si rende palese in modo violento. Ci rendiamo conto di essere esattamente nel mezzo dell’enorme fiume migratorio verso l’Europa.

Se doveste passare nel parco antistante la stazione degli autobus e avere la sensazione che il color arancio sia stranamente predominante sul verde, non avete le traveggole, ma state guardando le recinzioni che delimitano uno dei campi profughi di Belgrado.
La situazione è paradossale ed in quanto tale, preoccupante. Se vi inoltraste nel parco, vedreste un capanno di legno proprio tra le recinzioni, giusto di fianco a caffetterie e chioschi, intenti a vendere sigarette e giornali ai viaggiatori in partenza in bus: siete all’Infopark.

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Non un punto informazioni per visitare i parchi pubblici belgradesi, ma una base dell’International refugees commitee. Qui potreste incontrare Rashid, 28 anni, dopo un viaggio di 6 mesi dal Pakistan, pagato 8000 euro, in attesa qui a Belgrado da 2 mesi, nella speranza di trovare un passaggio verso ovest, oppure Mate Ullah, 25 anni, fuggito dalle bombe sganciate su Jalalabad, o Mohammed che lascia una Aleppo rasa al suolo, o ancora Shams, Hassnen, Mohssan, Mohammed…
Parlando con Amir o Ahmad, fermi a Belgrado da settimane o mesi, c’è la sensazione di parlare con persone che non hanno perso la fiducia nel raggiungimento della loro meta finale, per qualcuno Italia, per altri Francia, per molti Germania.
Alla domanda più banale a cui si possa rispondere in una situazione come questa, ovvero : “come stai?” la risposta è tanto frequente, quanto sorprendente: “Qui non si sta male, c’è cibo, acqua, certo è un pò scomodo dormire a terra, ma speriamo di trovare presto un passaggio per l’Ungheria (snodo migratorio e unica porta verso ovest, ufficialmente chiusa)”.

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Attraversando Karađorđeva Ulica, il viale che delimita il parco della stazione, salendo per Koče Popovića, vi troverete in Gavrila Principa di fronte al cuore pulsante del sistema d’accoglienza rifugiati di Belgrado ovvero il Miksalište 2.0. Poco più avanti proseguendo sulla via, tra un parrucchiere per signora e una panetteria, il Park Luke Ćelovića, soprannominato dai belgradesi Pussy Park.. da qualche mese è diventato l’Afghani Park. Questo piccolo parco, anch’esso recintato e con una fontana (potabile) nel mezzo, ospita durante la notte anche 2000 persone, tra profughi generici e richiedenti asilo. Durante il giorno, sotto lo sguardo curioso e sconcertato di turisti che, dirigendosi verso il centro attraversano il parco con passo accelerato, la terra sembra arata, centinaia di persone cercano di riposare riparandosi dal caldo estivo in pochi metri quadri all’ombra degli sparuti alberi, di lavarsi alla fontana pubblica, di connettersi al wifi del negozio alimentari al di là della strada, qualcuno gioca a carte, altri con un hula hop di una ragazza tedesca, altri si dividono delle scatole di tonno.. si percepisce una quotidianità, quasi come ci fosse assuefazione e necessità di dimenticare il contesto limite in cui si trovano. Gli operatori del Mikstaliste mi raccontano dell’inverno passato: scene di fango, freddo e morti da congelamento; quest’anno la temperatura a Belgrado ha raggiunto anche i 15 gradi sotto zero.

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Cosa sia precisamente il Mikstaliste 2.0 è complesso, perchè è una realtà ibrida, gestita da differenti associazioni con funzioni molteplici.
Chiedo ad Albert (responsabile dei volontari di Mikstaliste) di spiegare come è composta e quali organizzazioni collaborano a questo progetto.
Albert: “Al progetto, oltre ai lavoratori e volontari diretti di Mikstaliste, partecipano come partner o collaboratori: NSHC (centro umanitario di Novi Sad), Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde,Srpska Pravoslavna Crkva; СПЦ / SPC (la chiesa ortodossa serba) e altre collaborazioni sporadiche locali come con InfoPark (vedi sopra nda). Alcune di queste associazioni si occupano di aspetti specifici, ad esempio STC si occupa sopratutto di minori e famiglie e MDM si occupa di assistenza sanitaria, altre si rendono utili inviando generi di prima necessità o mettendo a disposizione i propri volontari a seconda delle necessità del progetto.
Pietro: “ Lo stato Serbo o la municipalità di Belgrado in qulche modo supporta il vostro lavoro?”
Albert: “Diciamo che ci lasciano fare, non fanno, o meglio.. l’unica cosa concreta che hanno costruito sono le transenne per delimitare i parchi pubblici in questa zona. Lo stato Serbo in questo momento è accondiscendente”.
Pietro: “Quali attività e servizi offrite a M.2.0?”
Albert: “All’interno dello spazio di Gavrila Princip Ulica viene distribuita la colazione, il pranzo, preparate le cene a sacco e portate al campo, inoltre offriamo un servizio di distribuzione di scarpe e vestiti, un internet point, uno spazio ricreativo per bambini e un ambulatorio medico. Oltre la stazione dei treni a due passi da qui, c’è l’Asylum info center, dove offriamo uno sportello informazioni per la richiesta di asilo, un altro internet point, uno spazio ricreativo protetto per minori e sportelli di ascolto psicologico”.

Alle 22.30 io e Andrea arriviamo al Mikstaliste per la preparazione e la distribuzione delle cene al sacco per l’afghani park. Nel sacchetto: 1 conf. gallette di riso, 1 conf tonno in scatola da 400g, 1 con di Tak (biscotti salati tipo Tuk), 2 conf. monodose di marmellata, 1 banana. infiliamo tutto in sacchetti di plastica, poi in zainetti a sacco.. dei quali avrei capito a brevissimo la funzione, a mie spese. Metto a tracolla macchina fotografica, cavalletto e le borse col cibo e andiamo a piedi verso il parco. Riesco ad avere, giusto in tempo, la lucidità di smettere di riprendere e staccare la macchina dalla tracolla, tenendola salda in mano. Appena arrivati, i ragazzi del campo si avvicinano bramosi, ma anche divertiti. Cominciamo a distribuire, ma in pochi minuti la situazione sfugge di mano, quando i primi ragazzi cercano di sfilare i sacchetti, che sono però sfortunatamente attaccati al mio collo, la ressa si fa quasi rissa e per poco non distribuisco anche il mio collo e il sacco con il cavalletto della nikon, finchè i sacchetti sinalmente finiscono. Il putiferio dura solo pochi minuti, poi scherzo coi ragazzi sul fatto che mi stavano quasi strozzando, ma ora avrei tenuto conto della lezione per la prossima distribuzione, non mettendomi a tracolla i sacchi, ma solo sulle spalle, i ragazzi ridono divertiti, anche io (anche se sotto i baffi il sorriso è un pò più teso di quanto appaia).

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La mattina sono di nuovo al Mikstaliste per le colazioni. Una fila ordinata arriva fino alla scala esterna, le persone aumentano costantemente dalle 10 fino alle 12.30 circa.. alla fila per le colazioni si aggiunge quella per il magazzino di distribuzione vestiti. Quattro operatori aiutano nella scelta dei vestiti e delle scarpe che vengono consegnate in cambio di quelle vecchie e contrassegnate con una striscia di colore spray.

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Il Mikstaliste verso le 13,30 ha raggiunto la sua massima capienza e si crea un’altra fila per la distribuzione dei pasti, il tutto incredibilmente organizzato e gli operatori sembrano coordinarsi perfettamente senza troppe parole: la macchina è ormai rodata.

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Parlo con George (Serbo – ex volontario, ora responsabile del magazzino del Mikstaliste): nei suoi occhi l’entusiasmo e la passione per il lavoro che sta portando avanti assieme agli altri lavoratori legati al progetto, ma dalle sue parole emerge la consapevolezza che il sistema d’accoglienza che offrono ai rifugiati, seppur fondamentale, sia solo un palliativo per una situazione drammatica.

Pietro: “Da dove arrivano i rifugiati che accogliete?”
George: “Circa il 75 – 80% sono Afghani, di cui la metà minori che non hanno mai visto l’Afghanistan, ma nati nei campi profughi in Iran e Pakistan, arrivano qui in gruppi, che potremmo chiamare vere e proprie gang, il restante 20% proviene da Siria, Kurdistan Iracheno e una piccola parte da altre rotte migratorie.”

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Pietro: “Quante donne ci sono tra i rifugiati a Belgrado?”
Georgie: “Le donne sono solo una piccola minoranza; in questo momento abbiamo solo 50 donne che vanno dai 14 ai 65, ma abbiamo anche una signora siriana di 92 anni..”
Pietro: “Se dovessi avere la gestione dei finanziamenti del progetto, su cosa investiresti?”
Georgie: “Qui cè bisogno di tutto: cibo, vestiti, qualsiasi cosa, banalmente anche di porte per dividere gli spazi, che sono cadute. Il modo migliore per aiutarci è venire qui e portare qualsiasi cosa pensiate possa essere utile e valuteremo assieme, oppure chiunque voglia partecipare come volontario è il benvenuto, anche solo per un giorno, o se siete lontani e non potete passare da Belgrado, potete fare una donazione ad una delle associazioni parter, specificando che i soldi siano destinati al progetto Mikstaliste di Belgrado”
Pietro: ” Come è evoluta la situazione in questo ultimo anno e come pensi possa evolversi”
Georgie” La situazione è abbastanza stabile, ogni giorno qui transitano, anzi si bloccano decine, centinaia di persone, chi ha più soldi, in due o tre giorni trova un passaggio dagli smugglers, chi ne ha meno può metterci mesi o addirittura non muoversi più, i più capaci e affidabili addirittura dopo qualche mese entrano nelle organizzazioni di accoglienza come interpreti o facilitatori.”….
…“ La maggior parte degli smugglers trasporta rifugiati fino all’Ungheria, dove però le frontiere sono chiuse e ci vogliono altri soldi per riuscire a passare illegalmente il confine verso ovest. I campi profughi in Ungheria sono in condizioni pietose, ai limiti dell’umana sopportazione, inoltre le incursione della Angry Police (in inglese può suonare anche come polizia arrabbiata o Hungarian police o Hungry .. affamata) sono frequenti e sanguinose, molti migranti infatti tornano a Belgrado per riprendere fiato e ci riprovano una seconda o una terza volta.”…

…”Tornando alla domanda precedente, la vera necessità è che le frontiere vengano riaperte e i governi si coordino per assistere nel miglior modo possibile queste persone in fuga.. questa è l’unica cosa di cui c’è assoluto bisogno”

Forse questa ultima frase suona come un appello, per chi tutti i giorni vede con i propri occhi la speranza e la disperazione di centinaia di persone e che cerca di gestire gli aiuti umanitari che non bastano mai.

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link: www.facebook.com/RefugeeAidMiksaliste/
NSHC, Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde
nessunofermalestelle.org

In India in 20 minuti .Tra templi Sikh e rifugiati Tibetani. Non è solo questione di capelli.

Dic 07, 2016

 

Varcare la soglia dell’india in venti minuti è un’esperienza da centometristi.

Alle 14.30 del 24 novembre stiamo ancora seduti con Umar e Faruk a gustare dello spinossissimo e speziatissimo pesce di fiume nel centro di Lahore – Pakistan.

Arriviamo ai primi blocchi di polizia, in quella che molto probabilmente si chiama India Road, alle 15.30. Un ufficiale ci guarda nervoso e ci esorta animatamente a muoverci rapidi.

Alle 16 la frontiera di Wagah sarebbe stata chiusa per la quotidiana cerimonia, che vede i due eserciti esibirsi in spettacoli patriottici, una vera e propria attrazione con tanto di spalti per offrire ai turisti una perfetta prospettiva. Corriamo letteralmente da un ufficio all’altro per timbri, firme,controlli, formulari e ispezioni..

Alle 15.55 siamo al cancello che unisce (e spesso divide) India e Pakistan e quasi imbarazzati passiamo sotto gli spalti che i turisti stanno riempiendo in attesa dello spettacolo. Ci guardano tra il divertito e lo sconcertato, qualcuno ci fotografa, qualcuno ci applaude come fossimo gli apri pista della serata. Così strappiamo il traguardo e siamo in India.

I primi giorni indiani hanno a che fare in qualche modo con barba e capelli. Chi non li taglia per rispetto a Dio e chi si rade per avvicinarsi a Buddha.

 

La prima tappa è il Golden Temple di Amritsar a circa 60 km dalla frontiera. Sono passati tre mesi da quando l’amico Murat al Cafè del Mundo di Eskisheir, ci faceva appuntare sul taccuino questo misterioso tempio Sikh. Con l’aiuto di Pun kahn un giovane volontario del tempio, riusciamo ad entrare nel Gurdwara (tempio dei guru) e parcheggiare proprio nel sottoscala del chiostro dei dormitori .. e dei cessi.

Se a qualcuno non venisse in mente ancora chi siano questi sikh, potrei tagliare corto descrivendovi questi omoni, con turbanti colorati, barbe incolte, bracciali di metallo e l’immancabile pugnale argentato sul fianco e sono sicuro che un’immagine precisa si disegnerà

Passiamo tre giorni a piedi nudi e turbante(meglio del cilindro) tra i marmi lattescenti attorno al tempio coperto da 750 kg d’oro puro che brilla come una fiamma perpetua sulle acque della enorme vasca delle abluzioni.

Il tempo scorre lento cullato dai canti e dalle letture del Guru Granth Sahib ( il libro sacro dei sikh), dal ritmo dei dadh (tamburelli sikh) e dai riti del tempio. Il golden temple è una macchina eccezionale: tanto enorme, quanto leggera ed efficiente ,sempre in movimento, ben calibrata e luccicante.

 

Immensi pentoloni sfornano shorba, dhal, riso e altre gustose pietanze tipiche del Punjab. I sikh nel mondo sono famosi per essere ottimi cuochi o taxisti a New York. Quando si entra nella mensa del tempio si tocca con mano una parte degli ingranaggi della “golden machine”. Qualcuno ti porge un vassoio de ferro, poco più in là un cucchiaio e un bicchiere. I due refettori si svuotano e riempiono senza sosta. Ogni giorno vengono cucinati e serviti gratuitamente trentamila pasti. I barbuti sikh sul percorso indicano dove sedersi e così come un millepiedi che si lascia andare al suolo centinaia di persone il fila, si siedono sui lunghi tappeti e aspettano il loro pasto che arriva in pochi secondi da abili servitori, che con movimenti precisi di polso scodellano le profumate pietanze. Finito il pasto si portano le proprie stoviglie a chi le divide e come abili giocolieri, le fa arrivare tra lanci e prese, alla immensa washing machine umana che produce un ritmico e assordante rumore che ricorda quello di una stamperia in piena attività. Chi vuole può finire il pasto con un cay servito caldissimo dai rubinetti di immense botti sempre piene. In questa cucina che sembra funzionare come un organismo unico, possono entrare volontari a lavare o a preparare le verdure come gesto di umiltà e partecipazione, proprio come vuole a cultura sikh. Sono affascinato..si capisce eh?

Dalle barbe infinite alla rasatura ascetica dei monaci tibetani in esilio.

Lasciamo le pianure del Punjab per spingerci fino alle pendici della catena del Dhauladhar, ai piedi dell’Himalaya. Siamo a Mc Leod Ganj frazione di Dharanshala o più conosciuta come: “dove vive il Dalai Lama”.

In questo paesino di montagna nell’Himachal Pradesh, non vive solo il supremo rappresentante del mondo buddista, ma una intera comunità in esilio. A Dharamshala dal 1959 ospita i tibetani in fuga dalla persecuzione cinese ed è anche la sede del governo tibetano in esilio.

Passeggiare per questa cittadina tra templi, scuole di meditazione, centri culturali tibetani, bancarelle con ogni genere di cianfrusaglia buddista, è più facile incontrare gli occhi sottili di chi viene da est, gli occhi celesti di chi arriva dal lontano occidente, che le scure e scaltre facce da indiano. Questo luogo è un india a parte: rilassante, dove il traffico non c’è e il tempo scorre lento. Migliaia di turisti ogni anno vengono a cercare se stessi, a “fare il pieno allo spirito” con meditazioni o altre pratiche orientali. Cose da radikal freak? forse.

Arrivo in paese e dopo aver driblato un paio di affitacamere pressanti e conosco Sunyl, operatore sociale in paese che mi ospiterà a casa sua per un paio di giorni a Natti un piccolo villaggio a 5 km dal mc Leod Ganj.

Arrivati a casa sua nel cortile c’è aria di festa, infatti un vicino di casa si sposerà a gennaio e oggi c’è stato il taglio della legna per un matrimonio che si celebrerà a Gennaio.

Questo avvenimento è occasione per condividere una cena con il vicinato e lanciarsi in balli sfrenati. L’aia diventa per una notte una pista da ballo. Dalla musica tradizionale del Punjab alla tamarra commerciale di Bholliwood. Ci sono almeno quattro generazioni a contendersi la pista.. la mia generazione è ovviamente alticcia e mi invita ad unirmi allo spirito alcolico.. la schiena si scioglie, le braccia si agitano e si urlano i ritornelli punjabi.

In questi giorni ritrovo anche la montagna nei polmoni, nelle gambe, negli occhi. La montagna che ovunque vai è sempre lei, ovunque sbuchi dalla terra e ti fa sentire a casa. In tutto il mondo. Raggiungiamo in giornata la vetta del Triund a circa 2800mt, dove troviamo un attrezzatissimo campo base per le spedizioni sul Dhauladhar. Mi mancava guardare da lassù.

E’ il 30 novembre: Sveglia alle 5 e prima di partire un saluto al Dalai Lama: raggiunge il tempio attorniato da fedeli, nel completo silenzio, non un urlo, non una foto, non un battito si mani, come si suol dire: religioso silenzio. Occhi svegli e pacifici, sorriso disteso, passetti leggeri e un paio di Tod’s ai piedi (che sembrano andare molto di moda tra i monaci di una certa età).

Scendendo dalle montagne dell’Himachal Pradesh verso Delhi mi fermo a Chandigargh. Questa benestante cittadina dalla pianta regolarissima è stata pianificata e realizzata dal famoso urbanista Courbusier. Dopo essermi scrollato di dosso la barba di fumo, mi aggiro per le villette a schiera di Chandigargh e noto per strada, davanti ad un venditore ambulante di patatine fritte, un cavallo bardato di ogni tipo di suppellettile cavalcato da un uomo dagli abiti stravaganti. Dopo qualche minuto la sgarrupata Punjab’s Band attacca con ritmi febbrili e anche con evidenti stecche sonore. Parte un corteo e le telecamere registrano dei giovani uomini ballare. È un matrimonio.

Seguo curioso il corteo e poco dopo sono risucchiato nel mio primo e spero non ultimo matrimonio indiano. Una serata indimenticabile.

Questo era qualche giorno fà..ora sto scrivendo dallo Youth International Hostel di Delhi, girando come una biglia impazzita tra ambasciate, ministeri ed agenzie per assicurarmi la continuazione del viaggio verso il sud est..ma delle molteplici facce di Delhi vi racconterò nel prossimo aggiornamento..

[GRECIA] Qui si mangiano frizioni a colazione!

Ago 21, 2016

Il primo guasto meccanico.. qui si mangiano frizioni a colazione!

E’ passato qualche giorno e quel rumore mi ronza ancora nelle orecchie…

15 Agosto: siamo a Kavala (GR), città marina sulla nostra rotta tra Thessaloniki e Alexandropoli..è tardo pomeriggio, una giornata di viaggio stampata sulle natiche, voglia di una doccia dopo quattro giorni di astinenza da acqua dolce, e tirando a sorte con una moneta da due euro, ci prepariamo a dirigerci verso un campeggio a pochi chilometri. Colpo alla pedivella e via!… o quasi.. un rumore metallico arriva sinistro dal motore e la Aranciona si spegne, sembra definitivamente.

E’ ferragosto e anche qui è festa, quindi tutti i meccanici sono chiusi.. ci mettiamo a smanettare al porto sotto i gusci della star, sul lungo mare di passaggio sotto gli occhi dei passanti, sperando che qualche anima pia si fermi e ci dia una mano, per riparare la star e per trovare un posto dove dormire questa notte.

DSCN4800Dopo una ciurma di marinai egiziani non troppo disponibili, una famiglia di tedeschi che ci da con un contatto di un meccanico, conosciamo il “grande” Yanis, grande in tutti i sensi. Yanis ha un baretto proprio davanti alla nostra improvvisata officina ambulante. Il grande uomo accetta di tenerci i bagagli fino all’indomani mattina e mi porta col suo Varadero a vedere dove si trova il meccanico migliore di tutta Kavala. Si fa notte e il bar chiude, facciamo qualche passo per il centro storico nei dintorni del castello e infine decidiamo di passare la notte all’addiaccio sulle mura del porto.

16 agosto: Non si poteva immaginare di dormire così bene sulle mura di cemento a fianco ai frangiflutti, tanto che non puntiamo neanche la sveglia per l’appuntamento alle h.6 da Yanis, arrivando con due ore di ritardo.

Dopo una abbondante colazione al bar, con leccornie comprate apposta per noi, finalmente in officina a ricevere una diagnosi più sicura e veritiera delle nostre campate per aria del giorno prima.

A denti e chiappe strette il verdetto arriva..ed è un sospiro di sollievo!

Frizione spaccata..la terza in tre mesi! Probabilmente colpa di una guida troppo sportiva! Mi risuonano le raccomandazioni di Gino (meccanico della Scooteria)..“mi raccomando delicatezza, sopratutto con il cambio”

SPAK-FRIZ

È la diagnosi migliore che potessimo sperare, e anche quella più economica.. perchè non è necessario aprire il motore.

 

 

 

 

 

Il meccanicoSALDA-FROIZ  Vassili opta per saldare le parti spaccate della campana della frizione e mettere nuovi dischi, senza comprarne una nuova e dopo solo una mezz’ora mi mostra il lavoro magistrale di saldatura …ha bisogno di un ora di tempo per lavorarci ancora e mi fa capire gentilmente che non ci vuole tra i piedi, quindi mentre Andrea cerca un tabaccaio, esploro curioso il quartiere appena sopra il porto.

 

ciccia

Mi siedo per un caffè in un vecchio bar con un grande adesivo di un gallo sulla porta a vetri e mi perdo ad osservare giochi di carte e partite infuocate di backgammon, che alzano ancora di più il clima rovente, sullo sfondo la televisione trasmette le olimpiadi da Rio e proprio in quel momento il salto in alto viene bloccato per le piogge torrenziali.

 

 

 

gutemberg

Ritorno sulla strada sono assorbito da una vecchia stamperia a caratteri mobili, dove con orgoglio un gruppo di ottuagenari mi invita ad entrare per mostrarmi il funzionamento delle antiche macchine cecoslovacche e polacche. I simpatici vecchietti mi salutano con la frase che dal ’92 aspettavo di sentirmi dire in Grecia “ahhh Italiano! Italiano – Greco! una faccia – una razza!”

 

Torno in officina quando stanno già sistemando il cavalletto ancora claudicante dopo i nostri ultimi aggiustamenti.

FATHER-SONLa frizione è già montata e dopo i primi giri di prova il tutto sembra funzionare perfettamente come nuova. Arriva il momento, sempre teso, del pagamento dove con una premessa sui pezzi sostituiti e la  manodopera, chiaramente col figlio interprete in inglese, ci chiedono 80 euro, che sembra una cifra assolutamente adeguata sia per il tempo per la rapidità.

…Foto di rito e di nuovo verso est!

Durerà questa opera d’artigianato greco? Per ora mi ha portato fino ad Istanbul da dove scrivo.. ma la strada per il Vietnam è ancora lunga e le frizioni qui si mangiano a colazione!

[SERBIA] Il giovane liutaio di Zemun, Belgrado

Ago 05, 2016

A volte capita inaspettatamente, certe persone sono dotate di spontanea generosità e non c’è molto altro d’aggiungere…

Qualche giorno fa mi cade la chitarra mentre sto guidando fra le vie di Belgrado. Sembra non essersi fatta nulla ma quando apro la custodia, dannazione, si è scollata la tavola armonica dalla parte del ponte! La mia compagna di viaggio, sicuramente più armonica e dolce di Pietro, con una ferita aperta dopo appena due settimane.

Così il mattino dopo, grazie all’aiuto di Bojan dell’associazione Young Researchers of Serbia, cerco su google qualche liutaio della zona e tiro fuori il contatto di uno che si trova a Zemun, il tranquillo quartiere in riva al Danubio dove già ero stato il giorno prima a passeggiare.

Mi presento subito da lui. Il suo laboratorio non è nient’altro che una stanza del suo appartamento. Giusto qualche chitarra smontata, qualche amplificatore… Dice di sapere qualche parola di inglese, ma infondo gli basta vedere la chitarra per capire subito il problema. Gli parlo del nostro viaggio, la vespa, il Vietnam, gli lascio un adesivo.  Nel frattempo arriva anche la sua giovane moglie. Spiego che la chitarra mi serve quanto prima perchè oggi stesso dobbiamo rimetterci in marcia (siamo in fatti a Belgrado da 3 notti). Lui, preso un po’ alla sprovvista mi dice che riesce a fare tutto per le 5 del pomeriggio. Perfetto! A dopo.

Quando torno la mia chitarra è pronta, tiro fuori i 20 euro su cui ci eravamo accordati per la riparazione e … “Nothing, it’s free!” dice sorridendo col suo scarso inglese dal forte accento serbo “You have to save money for your trip!

Ho provato a controbattere, infondo quei soldi  non erano niente per una riparazione così tempestiva. Poi però ho subito realizzato che per lui, per quel poco che mi conosceva e che poco poteva cambiare alla sua vita, regalarmi la sua riparazione, ovvero la sua arte, valeva molto di più di quei 20 euro. E così ci siamo fatti una foto insieme e dati una profonda stretta di mano.

Tutto qua. Perché viaggiare è una ricchezza enorme e di tanto in tanto riesci a scambiarla quasi fosse una moneta. Quella moneta unica, emessa solo dalle tue esperienze e di enorme valore per chi la sa apprezzare.

Il liutaio in questione si chiama Goran e questo è il suo sito, e chissà mai se saprà che ho scritto di lui…

Andrea

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