[SERBIA] Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Ago 01, 2016 by nessunofermalestelle in  il viaggio Serbia video

Belgrado: l’imbuto umanitario della rotta balcanica

Serbia, Macedonia, Turchia, Iran, Pakistan saranno i paesi sulla nostra rotta verso est, ovvero il progetto di viaggio di Nessunofermalestelle.
Giunti a Belgrado la percezione di essere viaggiatori contro corrente si rende palese in modo violento. Ci rendiamo conto di essere esattamente nel mezzo dell’enorme fiume migratorio verso l’Europa.

Se doveste passare nel parco antistante la stazione degli autobus e avere la sensazione che il color arancio sia stranamente predominante sul verde, non avete le traveggole, ma state guardando le recinzioni che delimitano uno dei campi profughi di Belgrado.
La situazione è paradossale ed in quanto tale, preoccupante. Se vi inoltraste nel parco, vedreste un capanno di legno proprio tra le recinzioni, giusto di fianco a caffetterie e chioschi, intenti a vendere sigarette e giornali ai viaggiatori in partenza in bus: siete all’Infopark.

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Non un punto informazioni per visitare i parchi pubblici belgradesi, ma una base dell’International refugees commitee. Qui potreste incontrare Rashid, 28 anni, dopo un viaggio di 6 mesi dal Pakistan, pagato 8000 euro, in attesa qui a Belgrado da 2 mesi, nella speranza di trovare un passaggio verso ovest, oppure Mate Ullah, 25 anni, fuggito dalle bombe sganciate su Jalalabad, o Mohammed che lascia una Aleppo rasa al suolo, o ancora Shams, Hassnen, Mohssan, Mohammed…
Parlando con Amir o Ahmad, fermi a Belgrado da settimane o mesi, c’è la sensazione di parlare con persone che non hanno perso la fiducia nel raggiungimento della loro meta finale, per qualcuno Italia, per altri Francia, per molti Germania.
Alla domanda più banale a cui si possa rispondere in una situazione come questa, ovvero : “come stai?” la risposta è tanto frequente, quanto sorprendente: “Qui non si sta male, c’è cibo, acqua, certo è un pò scomodo dormire a terra, ma speriamo di trovare presto un passaggio per l’Ungheria (snodo migratorio e unica porta verso ovest, ufficialmente chiusa)”.

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Attraversando Karađorđeva Ulica, il viale che delimita il parco della stazione, salendo per Koče Popovića, vi troverete in Gavrila Principa di fronte al cuore pulsante del sistema d’accoglienza rifugiati di Belgrado ovvero il Miksalište 2.0. Poco più avanti proseguendo sulla via, tra un parrucchiere per signora e una panetteria, il Park Luke Ćelovića, soprannominato dai belgradesi Pussy Park.. da qualche mese è diventato l’Afghani Park. Questo piccolo parco, anch’esso recintato e con una fontana (potabile) nel mezzo, ospita durante la notte anche 2000 persone, tra profughi generici e richiedenti asilo. Durante il giorno, sotto lo sguardo curioso e sconcertato di turisti che, dirigendosi verso il centro attraversano il parco con passo accelerato, la terra sembra arata, centinaia di persone cercano di riposare riparandosi dal caldo estivo in pochi metri quadri all’ombra degli sparuti alberi, di lavarsi alla fontana pubblica, di connettersi al wifi del negozio alimentari al di là della strada, qualcuno gioca a carte, altri con un hula hop di una ragazza tedesca, altri si dividono delle scatole di tonno.. si percepisce una quotidianità, quasi come ci fosse assuefazione e necessità di dimenticare il contesto limite in cui si trovano. Gli operatori del Mikstaliste mi raccontano dell’inverno passato: scene di fango, freddo e morti da congelamento; quest’anno la temperatura a Belgrado ha raggiunto anche i 15 gradi sotto zero.

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Cosa sia precisamente il Mikstaliste 2.0 è complesso, perchè è una realtà ibrida, gestita da differenti associazioni con funzioni molteplici.
Chiedo ad Albert (responsabile dei volontari di Mikstaliste) di spiegare come è composta e quali organizzazioni collaborano a questo progetto.
Albert: “Al progetto, oltre ai lavoratori e volontari diretti di Mikstaliste, partecipano come partner o collaboratori: NSHC (centro umanitario di Novi Sad), Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde,Srpska Pravoslavna Crkva; СПЦ / SPC (la chiesa ortodossa serba) e altre collaborazioni sporadiche locali come con InfoPark (vedi sopra nda). Alcune di queste associazioni si occupano di aspetti specifici, ad esempio STC si occupa sopratutto di minori e famiglie e MDM si occupa di assistenza sanitaria, altre si rendono utili inviando generi di prima necessità o mettendo a disposizione i propri volontari a seconda delle necessità del progetto.
Pietro: “ Lo stato Serbo o la municipalità di Belgrado in qulche modo supporta il vostro lavoro?”
Albert: “Diciamo che ci lasciano fare, non fanno, o meglio.. l’unica cosa concreta che hanno costruito sono le transenne per delimitare i parchi pubblici in questa zona. Lo stato Serbo in questo momento è accondiscendente”.
Pietro: “Quali attività e servizi offrite a M.2.0?”
Albert: “All’interno dello spazio di Gavrila Princip Ulica viene distribuita la colazione, il pranzo, preparate le cene a sacco e portate al campo, inoltre offriamo un servizio di distribuzione di scarpe e vestiti, un internet point, uno spazio ricreativo per bambini e un ambulatorio medico. Oltre la stazione dei treni a due passi da qui, c’è l’Asylum info center, dove offriamo uno sportello informazioni per la richiesta di asilo, un altro internet point, uno spazio ricreativo protetto per minori e sportelli di ascolto psicologico”.

Alle 22.30 io e Andrea arriviamo al Mikstaliste per la preparazione e la distribuzione delle cene al sacco per l’afghani park. Nel sacchetto: 1 conf. gallette di riso, 1 conf tonno in scatola da 400g, 1 con di Tak (biscotti salati tipo Tuk), 2 conf. monodose di marmellata, 1 banana. infiliamo tutto in sacchetti di plastica, poi in zainetti a sacco.. dei quali avrei capito a brevissimo la funzione, a mie spese. Metto a tracolla macchina fotografica, cavalletto e le borse col cibo e andiamo a piedi verso il parco. Riesco ad avere, giusto in tempo, la lucidità di smettere di riprendere e staccare la macchina dalla tracolla, tenendola salda in mano. Appena arrivati, i ragazzi del campo si avvicinano bramosi, ma anche divertiti. Cominciamo a distribuire, ma in pochi minuti la situazione sfugge di mano, quando i primi ragazzi cercano di sfilare i sacchetti, che sono però sfortunatamente attaccati al mio collo, la ressa si fa quasi rissa e per poco non distribuisco anche il mio collo e il sacco con il cavalletto della nikon, finchè i sacchetti sinalmente finiscono. Il putiferio dura solo pochi minuti, poi scherzo coi ragazzi sul fatto che mi stavano quasi strozzando, ma ora avrei tenuto conto della lezione per la prossima distribuzione, non mettendomi a tracolla i sacchi, ma solo sulle spalle, i ragazzi ridono divertiti, anche io (anche se sotto i baffi il sorriso è un pò più teso di quanto appaia).

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La mattina sono di nuovo al Mikstaliste per le colazioni. Una fila ordinata arriva fino alla scala esterna, le persone aumentano costantemente dalle 10 fino alle 12.30 circa.. alla fila per le colazioni si aggiunge quella per il magazzino di distribuzione vestiti. Quattro operatori aiutano nella scelta dei vestiti e delle scarpe che vengono consegnate in cambio di quelle vecchie e contrassegnate con una striscia di colore spray.

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Il Mikstaliste verso le 13,30 ha raggiunto la sua massima capienza e si crea un’altra fila per la distribuzione dei pasti, il tutto incredibilmente organizzato e gli operatori sembrano coordinarsi perfettamente senza troppe parole: la macchina è ormai rodata.

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Parlo con George (Serbo – ex volontario, ora responsabile del magazzino del Mikstaliste): nei suoi occhi l’entusiasmo e la passione per il lavoro che sta portando avanti assieme agli altri lavoratori legati al progetto, ma dalle sue parole emerge la consapevolezza che il sistema d’accoglienza che offrono ai rifugiati, seppur fondamentale, sia solo un palliativo per una situazione drammatica.

Pietro: “Da dove arrivano i rifugiati che accogliete?”
George: “Circa il 75 – 80% sono Afghani, di cui la metà minori che non hanno mai visto l’Afghanistan, ma nati nei campi profughi in Iran e Pakistan, arrivano qui in gruppi, che potremmo chiamare vere e proprie gang, il restante 20% proviene da Siria, Kurdistan Iracheno e una piccola parte da altre rotte migratorie.”

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Pietro: “Quante donne ci sono tra i rifugiati a Belgrado?”
Georgie: “Le donne sono solo una piccola minoranza; in questo momento abbiamo solo 50 donne che vanno dai 14 ai 65, ma abbiamo anche una signora siriana di 92 anni..”
Pietro: “Se dovessi avere la gestione dei finanziamenti del progetto, su cosa investiresti?”
Georgie: “Qui cè bisogno di tutto: cibo, vestiti, qualsiasi cosa, banalmente anche di porte per dividere gli spazi, che sono cadute. Il modo migliore per aiutarci è venire qui e portare qualsiasi cosa pensiate possa essere utile e valuteremo assieme, oppure chiunque voglia partecipare come volontario è il benvenuto, anche solo per un giorno, o se siete lontani e non potete passare da Belgrado, potete fare una donazione ad una delle associazioni parter, specificando che i soldi siano destinati al progetto Mikstaliste di Belgrado”
Pietro: ” Come è evoluta la situazione in questo ultimo anno e come pensi possa evolversi”
Georgie” La situazione è abbastanza stabile, ogni giorno qui transitano, anzi si bloccano decine, centinaia di persone, chi ha più soldi, in due o tre giorni trova un passaggio dagli smugglers, chi ne ha meno può metterci mesi o addirittura non muoversi più, i più capaci e affidabili addirittura dopo qualche mese entrano nelle organizzazioni di accoglienza come interpreti o facilitatori.”….
…“ La maggior parte degli smugglers trasporta rifugiati fino all’Ungheria, dove però le frontiere sono chiuse e ci vogliono altri soldi per riuscire a passare illegalmente il confine verso ovest. I campi profughi in Ungheria sono in condizioni pietose, ai limiti dell’umana sopportazione, inoltre le incursione della Angry Police (in inglese può suonare anche come polizia arrabbiata o Hungarian police o Hungry .. affamata) sono frequenti e sanguinose, molti migranti infatti tornano a Belgrado per riprendere fiato e ci riprovano una seconda o una terza volta.”…

…”Tornando alla domanda precedente, la vera necessità è che le frontiere vengano riaperte e i governi si coordino per assistere nel miglior modo possibile queste persone in fuga.. questa è l’unica cosa di cui c’è assoluto bisogno”

Forse questa ultima frase suona come un appello, per chi tutti i giorni vede con i propri occhi la speranza e la disperazione di centinaia di persone e che cerca di gestire gli aiuti umanitari che non bastano mai.

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link: www.facebook.com/RefugeeAidMiksaliste/
NSHC, Care ong, Save the Children, Terre des hommes, Caritas, Médicins Du Monde
nessunofermalestelle.org

DA MILANO A SAIGON — LE INFO PRATICHE

Nov 17, 2017

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[SERBIA] ALLIANCE, il network dei work-camp internazionali.

Ago 10, 2016

Erano una decina, forse qualcuno di più. Arrivati tutti insieme in un pulmino affittato da Young Researches of Serbia. Esponenti di associazioni greche, spagnole, italiane, francesi, ceche, belghe che operano nel settore dei work-camps internazionali. Il grande network che li unisce si chiama ALLIANCE

Cos’è ALLIANCE:

Partiamo da questo semplice presupposto:

Se pensi di essere venuto qui per aiutarmi stai perdendo il tuo tempo, ma se pensi che la tua liberazione sia legata alla mia, allora lavoriamo insieme

– sono le parole di una giovane aborigena che descrivono al meglio la filosofia portante di questo network.

alliance_logo2011 Un work-camp intenazionale è un progetto di due/tre settimane in cui giovani provenienti da diversi paesi vivono a stretto contatto con un obbiettivo comune, a favore della comunità locale in cui si trovano. Può essere la ristrutturazione di una scuola, la pulizia di un bosco, l’animazione di campo estivo per bambini o un centro per disabili…  Ma in realtà il vero obbiettivo è di per se lo scambio interculturale che avviene tra i partecipanti al campo. Non ci sono mai infatti più di due partecipanti della stessa nazionalità.

Lavorare insieme perchè altro non si può fare. Condividiamo lo stesso pianeta, lo stesso periodo storico, se sono libero io devi essere libero anche tu. Non vengo ad aiutarti ma a partecipare al tuo destino che infondo è anche il mio…

Le culture si incontrano, si conoscono… e quanto fa bene tutto ciò alla Pace. Non è un caso che il primo campo di lavoro fu sulle montagne del Verdun con partecipanti Francesi e Tedeschi appena dopo la prima guerra mondiale.

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Il funzionamento:

Le associazioni che fanno parte di ALLIANCE (in italia troviamo YAP ITALIA, LEGAMBIENTE e LUNARIA) sostanzialmente svolgono il duplice lavoro di “accoglienza”  e “invio” dei volontari nei campi.

Yap Italia, per esempio, organizza ogni anno, per l’estate, una decina di campi di lavoro in Italia. Così fanno tutte le altre associazioni di ALLIANCE. In primavera si incontrano tutti nel famoso TECHNICAL MEETING (ogni volta in un paese diverso) e tornano a casa ognuno con la lista completa di tutti campi organizzati nel mondo. Successivamente Yap Italia promuove i campi delle altre associazioni e inizia a raccogliere le prime iscrizioni dei giovani italiani che desiderano partire all’estero. Nel frattempo, raccoglie anche le iscrizioni dei giovani di tutto il mondo che arrivano dalle associazioni partner per i propri campi in Italia. Si mette così in moto un reciproco scambio di volontari.

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I delegati di alcune associazioni di ALLIANCE intente a lavorare nel work-camp di Kragujevac.

I membri di ALLIANCE:

Sono dunque associazioni di tutto il mondo che co-operano senza una vera e propria associazione centrale, qui potete trovare la lista completa. Si incontrano spesso perchè è importante mantenere i contatti e scambiarsi le “best pratices”. Raccolgono fondi dai programmi europei destinati alla cultura e ai giovani attraverso la stesura di progetti, ma anche dalle piccole quote di partecipazione ai campi (per un campo in europa un volontario spende sui 100 euro per un campo di due/tre settimane).

 

Abbiamo incontrato i membri di alcune di queste associazioni durante la nostra visita ai campi di Kusadak e Kragujevac in Serbia. Erano stati invitati da Young Researches of Serbia proprio per far far vedere da vicino i loro campi. Tra loro c’era Luca di Legambiente.

 

 

[KOSSOVO] Non insegnate ai bambini… la vostra morale

Set 01, 2016

Attraversare i Balcani dalla Slovenia alla Grecia è stata un esperienza interessante sotto molti punti di vista. Su tutti un aspetto in particolare ha prevalso. Non credo di averci capito molto, ma ho semplicemente constato la miriade di questioni d’identità e rivendicazioni territoriali di questa terra.
La Slovenia con la sua cultura mittle-europea, la Bosnia divisa tra croati, serbi e mussulmani, il Kossovo e la sua discussa indipendenza e per finire la diatriba “denominativa” tra Macedonia e Grecia.

Le abbiamo sentite tutte, davvero tante.

Non sarò qui a parlavi di tali questioni perchè non mi sento nè all’altezza, nè la mia opinione può ritenersi più vera di tante altre che si possono ascoltare.

Invece vi parlerò dei bambini.

In molti dei discorsi che ho ascoltato l’elemento ricorrente era: “un tempo vivevamo tutti pacificamente insieme…” poi qualcosa è cambiato. Sono diventati grandi.

Prendiamo due bimbi che giocano, essi non si sentiranno mai diversi finché qualcuno non gli dice che sono diversi.
(mi ricordo ancora della piccola Nina, macedone, diventata amica di una bimba greca nel campeggio di Portokali, giocavano e parlavano a gesti, i loro genitori erano stupiti e meravigliati.)

I bambini sono dei piccoli adulti, adulti liberi. Pensiamo che loro giochino con la fantasia, ma in realtà la fantasia maggiore è quella dei grandi, che si inventano l’odio per i propri simili.

I bambini comunicano, sempre e comunque, in ogni circostanza e con ogni mezzo. I grandi no, pongono muri di silenzio e quando non c’è dialogo, nasce una guerra.

I bambini sono spontanei e naturali, non seguono nessuna corrente, ideologia, pensiero o cultura… pensano con la loro testa, finché i grandi gli insegnano a pensare come loro.

I bambini non hanno paura del buio, sono i grandi a insegnargli di aver paura di esso, perchè è nel buio (ovvero l’ignoranza) che si nasconde il nemico.

Ecco, qualcosa del genere succede ogni qualvolta scoppia una guerra o si alza un muro.
Qualcuno, dall’alto, fomenta le diversità portandole all’odio. La differenza diventa un problema da combattere ed eliminare. Quando invece potrebbe essere, e lo è, una ricchezza! Cosa sarebbe il mondo senza diversità? Non sarei qui a viaggiarci sopra con la mia Vespa.

Quel qualcuno può essere visto come un adulto, che per seguire e convalidare la propria morale, insegna ai bambini a comportarsi come lui. Lo fa a fin di bene, ne è convinto. Perchè crede nell’antica storia “dei buoni e dei cattivi” (non è un caso che molte delle fiabe raccontate ai bambini abbiano sempre questi due personaggi) e la trasmette ai suoi figli.

Non c’è niente da fare, anche il più nobile dei pensieri può dar luogo a una guerra nel momento in cui non riesce ad accogliere un pensiero diverso.

I Balcani sono un esempio di questa assurdità ma se ne possono trovare migliaia in questo mondo. Mi viene in mente il genocidio del Rwanda. Anche li la stessa frase “un tempo vivevamo tutti pacificamente insieme…” e si sono scannati tra vicini senza nemmeno bisogno di armi (per questo non credo più che siano le armi a uccidere… se l’uomo è pervaso dall’odio può compiere una strage anche solo a suon di machete).

E allora la domanda sorge spontanea, cosa dobbiamo insegnare ai bambini? Nemmeno Gaber sa dirlo, ma sa cosa NON insegnare.

Dategli fiducia e amore… il resto è niente.

(andrea)

 

 

 

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