In India in 20 minuti .Tra templi Sikh e rifugiati Tibetani. Non è solo questione di capelli.

Dic 07, 2016 by nessunofermalestelle in  Blog il viaggio india

 

Varcare la soglia dell’india in venti minuti è un’esperienza da centometristi.

Alle 14.30 del 24 novembre stiamo ancora seduti con Umar e Faruk a gustare dello spinossissimo e speziatissimo pesce di fiume nel centro di Lahore – Pakistan.

Arriviamo ai primi blocchi di polizia, in quella che molto probabilmente si chiama India Road, alle 15.30. Un ufficiale ci guarda nervoso e ci esorta animatamente a muoverci rapidi.

Alle 16 la frontiera di Wagah sarebbe stata chiusa per la quotidiana cerimonia, che vede i due eserciti esibirsi in spettacoli patriottici, una vera e propria attrazione con tanto di spalti per offrire ai turisti una perfetta prospettiva. Corriamo letteralmente da un ufficio all’altro per timbri, firme,controlli, formulari e ispezioni..

Alle 15.55 siamo al cancello che unisce (e spesso divide) India e Pakistan e quasi imbarazzati passiamo sotto gli spalti che i turisti stanno riempiendo in attesa dello spettacolo. Ci guardano tra il divertito e lo sconcertato, qualcuno ci fotografa, qualcuno ci applaude come fossimo gli apri pista della serata. Così strappiamo il traguardo e siamo in India.

I primi giorni indiani hanno a che fare in qualche modo con barba e capelli. Chi non li taglia per rispetto a Dio e chi si rade per avvicinarsi a Buddha.

 

La prima tappa è il Golden Temple di Amritsar a circa 60 km dalla frontiera. Sono passati tre mesi da quando l’amico Murat al Cafè del Mundo di Eskisheir, ci faceva appuntare sul taccuino questo misterioso tempio Sikh. Con l’aiuto di Pun kahn un giovane volontario del tempio, riusciamo ad entrare nel Gurdwara (tempio dei guru) e parcheggiare proprio nel sottoscala del chiostro dei dormitori .. e dei cessi.

Se a qualcuno non venisse in mente ancora chi siano questi sikh, potrei tagliare corto descrivendovi questi omoni, con turbanti colorati, barbe incolte, bracciali di metallo e l’immancabile pugnale argentato sul fianco e sono sicuro che un’immagine precisa si disegnerà

Passiamo tre giorni a piedi nudi e turbante(meglio del cilindro) tra i marmi lattescenti attorno al tempio coperto da 750 kg d’oro puro che brilla come una fiamma perpetua sulle acque della enorme vasca delle abluzioni.

Il tempo scorre lento cullato dai canti e dalle letture del Guru Granth Sahib ( il libro sacro dei sikh), dal ritmo dei dadh (tamburelli sikh) e dai riti del tempio. Il golden temple è una macchina eccezionale: tanto enorme, quanto leggera ed efficiente ,sempre in movimento, ben calibrata e luccicante.

 

Immensi pentoloni sfornano shorba, dhal, riso e altre gustose pietanze tipiche del Punjab. I sikh nel mondo sono famosi per essere ottimi cuochi o taxisti a New York. Quando si entra nella mensa del tempio si tocca con mano una parte degli ingranaggi della “golden machine”. Qualcuno ti porge un vassoio de ferro, poco più in là un cucchiaio e un bicchiere. I due refettori si svuotano e riempiono senza sosta. Ogni giorno vengono cucinati e serviti gratuitamente trentamila pasti. I barbuti sikh sul percorso indicano dove sedersi e così come un millepiedi che si lascia andare al suolo centinaia di persone il fila, si siedono sui lunghi tappeti e aspettano il loro pasto che arriva in pochi secondi da abili servitori, che con movimenti precisi di polso scodellano le profumate pietanze. Finito il pasto si portano le proprie stoviglie a chi le divide e come abili giocolieri, le fa arrivare tra lanci e prese, alla immensa washing machine umana che produce un ritmico e assordante rumore che ricorda quello di una stamperia in piena attività. Chi vuole può finire il pasto con un cay servito caldissimo dai rubinetti di immense botti sempre piene. In questa cucina che sembra funzionare come un organismo unico, possono entrare volontari a lavare o a preparare le verdure come gesto di umiltà e partecipazione, proprio come vuole a cultura sikh. Sono affascinato..si capisce eh?

Dalle barbe infinite alla rasatura ascetica dei monaci tibetani in esilio.

Lasciamo le pianure del Punjab per spingerci fino alle pendici della catena del Dhauladhar, ai piedi dell’Himalaya. Siamo a Mc Leod Ganj frazione di Dharanshala o più conosciuta come: “dove vive il Dalai Lama”.

In questo paesino di montagna nell’Himachal Pradesh, non vive solo il supremo rappresentante del mondo buddista, ma una intera comunità in esilio. A Dharamshala dal 1959 ospita i tibetani in fuga dalla persecuzione cinese ed è anche la sede del governo tibetano in esilio.

Passeggiare per questa cittadina tra templi, scuole di meditazione, centri culturali tibetani, bancarelle con ogni genere di cianfrusaglia buddista, è più facile incontrare gli occhi sottili di chi viene da est, gli occhi celesti di chi arriva dal lontano occidente, che le scure e scaltre facce da indiano. Questo luogo è un india a parte: rilassante, dove il traffico non c’è e il tempo scorre lento. Migliaia di turisti ogni anno vengono a cercare se stessi, a “fare il pieno allo spirito” con meditazioni o altre pratiche orientali. Cose da radikal freak? forse.

Arrivo in paese e dopo aver driblato un paio di affitacamere pressanti e conosco Sunyl, operatore sociale in paese che mi ospiterà a casa sua per un paio di giorni a Natti un piccolo villaggio a 5 km dal mc Leod Ganj.

Arrivati a casa sua nel cortile c’è aria di festa, infatti un vicino di casa si sposerà a gennaio e oggi c’è stato il taglio della legna per un matrimonio che si celebrerà a Gennaio.

Questo avvenimento è occasione per condividere una cena con il vicinato e lanciarsi in balli sfrenati. L’aia diventa per una notte una pista da ballo. Dalla musica tradizionale del Punjab alla tamarra commerciale di Bholliwood. Ci sono almeno quattro generazioni a contendersi la pista.. la mia generazione è ovviamente alticcia e mi invita ad unirmi allo spirito alcolico.. la schiena si scioglie, le braccia si agitano e si urlano i ritornelli punjabi.

In questi giorni ritrovo anche la montagna nei polmoni, nelle gambe, negli occhi. La montagna che ovunque vai è sempre lei, ovunque sbuchi dalla terra e ti fa sentire a casa. In tutto il mondo. Raggiungiamo in giornata la vetta del Triund a circa 2800mt, dove troviamo un attrezzatissimo campo base per le spedizioni sul Dhauladhar. Mi mancava guardare da lassù.

E’ il 30 novembre: Sveglia alle 5 e prima di partire un saluto al Dalai Lama: raggiunge il tempio attorniato da fedeli, nel completo silenzio, non un urlo, non una foto, non un battito si mani, come si suol dire: religioso silenzio. Occhi svegli e pacifici, sorriso disteso, passetti leggeri e un paio di Tod’s ai piedi (che sembrano andare molto di moda tra i monaci di una certa età).

Scendendo dalle montagne dell’Himachal Pradesh verso Delhi mi fermo a Chandigargh. Questa benestante cittadina dalla pianta regolarissima è stata pianificata e realizzata dal famoso urbanista Courbusier. Dopo essermi scrollato di dosso la barba di fumo, mi aggiro per le villette a schiera di Chandigargh e noto per strada, davanti ad un venditore ambulante di patatine fritte, un cavallo bardato di ogni tipo di suppellettile cavalcato da un uomo dagli abiti stravaganti. Dopo qualche minuto la sgarrupata Punjab’s Band attacca con ritmi febbrili e anche con evidenti stecche sonore. Parte un corteo e le telecamere registrano dei giovani uomini ballare. È un matrimonio.

Seguo curioso il corteo e poco dopo sono risucchiato nel mio primo e spero non ultimo matrimonio indiano. Una serata indimenticabile.

Questo era qualche giorno fà..ora sto scrivendo dallo Youth International Hostel di Delhi, girando come una biglia impazzita tra ambasciate, ministeri ed agenzie per assicurarmi la continuazione del viaggio verso il sud est..ma delle molteplici facce di Delhi vi racconterò nel prossimo aggiornamento..

Intorno al mondo senza amore come un pacco postale senza nessuno che le chiede come va…

Lug 05, 2017

Intorno al mondo senza amore
come un pacco postale
senza nessuno che le chiede come va…

dopo un anno insieme come una coppia di ferro, dall’Italia al Vietnam, dopo più di 45000 km sulla tua sella, arriva il momento della nostra separazione..
E’ arrivato il momento di lasciarti andare verso i mari del nord assieme ai marinai, mascalzoni ed imprudenti..
.. il mio animo è inquieto e la nostalgia già mi prende.. ma ti penserò,li’ sul ponte a condividere del liquore oltre il confine del mare..

ti chiedo solo di farti trovare al porto di Le Havre per un altra avventura.. il nostro Tour de France..

ma per raggiungerti c’è da camminare.. più di 200km da Parigi lungo la Senna.. quindi non mi abbandonare.

buon viaggio o mia vergine di ferro..

tuo..pietro

to be continued….

Nessuno Ferma le Stelle – un viaggio da Milano a Saigon in Star

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after one year toghether, after 45000km, from Italy to Vietnam, like a couple, the time to leave you it’s come.
with saylors, i hope gentlemen, you will cross the oceans until northern cold seas..
see you in Le Havre for an other adventure.. our tour de France..

but before …i need to walk more than 200km.. on the Senna river..

to be continued…

thx to Mr. Pat Joynt and all the crew of Saigon scooter center

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[SERBIA] ALLIANCE, il network dei work-camp internazionali.

Ago 10, 2016

Erano una decina, forse qualcuno di più. Arrivati tutti insieme in un pulmino affittato da Young Researches of Serbia. Esponenti di associazioni greche, spagnole, italiane, francesi, ceche, belghe che operano nel settore dei work-camps internazionali. Il grande network che li unisce si chiama ALLIANCE

Cos’è ALLIANCE:

Partiamo da questo semplice presupposto:

Se pensi di essere venuto qui per aiutarmi stai perdendo il tuo tempo, ma se pensi che la tua liberazione sia legata alla mia, allora lavoriamo insieme

– sono le parole di una giovane aborigena che descrivono al meglio la filosofia portante di questo network.

alliance_logo2011 Un work-camp intenazionale è un progetto di due/tre settimane in cui giovani provenienti da diversi paesi vivono a stretto contatto con un obbiettivo comune, a favore della comunità locale in cui si trovano. Può essere la ristrutturazione di una scuola, la pulizia di un bosco, l’animazione di campo estivo per bambini o un centro per disabili…  Ma in realtà il vero obbiettivo è di per se lo scambio interculturale che avviene tra i partecipanti al campo. Non ci sono mai infatti più di due partecipanti della stessa nazionalità.

Lavorare insieme perchè altro non si può fare. Condividiamo lo stesso pianeta, lo stesso periodo storico, se sono libero io devi essere libero anche tu. Non vengo ad aiutarti ma a partecipare al tuo destino che infondo è anche il mio…

Le culture si incontrano, si conoscono… e quanto fa bene tutto ciò alla Pace. Non è un caso che il primo campo di lavoro fu sulle montagne del Verdun con partecipanti Francesi e Tedeschi appena dopo la prima guerra mondiale.

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Il funzionamento:

Le associazioni che fanno parte di ALLIANCE (in italia troviamo YAP ITALIA, LEGAMBIENTE e LUNARIA) sostanzialmente svolgono il duplice lavoro di “accoglienza”  e “invio” dei volontari nei campi.

Yap Italia, per esempio, organizza ogni anno, per l’estate, una decina di campi di lavoro in Italia. Così fanno tutte le altre associazioni di ALLIANCE. In primavera si incontrano tutti nel famoso TECHNICAL MEETING (ogni volta in un paese diverso) e tornano a casa ognuno con la lista completa di tutti campi organizzati nel mondo. Successivamente Yap Italia promuove i campi delle altre associazioni e inizia a raccogliere le prime iscrizioni dei giovani italiani che desiderano partire all’estero. Nel frattempo, raccoglie anche le iscrizioni dei giovani di tutto il mondo che arrivano dalle associazioni partner per i propri campi in Italia. Si mette così in moto un reciproco scambio di volontari.

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I delegati di alcune associazioni di ALLIANCE intente a lavorare nel work-camp di Kragujevac.

I membri di ALLIANCE:

Sono dunque associazioni di tutto il mondo che co-operano senza una vera e propria associazione centrale, qui potete trovare la lista completa. Si incontrano spesso perchè è importante mantenere i contatti e scambiarsi le “best pratices”. Raccolgono fondi dai programmi europei destinati alla cultura e ai giovani attraverso la stesura di progetti, ma anche dalle piccole quote di partecipazione ai campi (per un campo in europa un volontario spende sui 100 euro per un campo di due/tre settimane).

 

Abbiamo incontrato i membri di alcune di queste associazioni durante la nostra visita ai campi di Kusadak e Kragujevac in Serbia. Erano stati invitati da Young Researches of Serbia proprio per far far vedere da vicino i loro campi. Tra loro c’era Luca di Legambiente.

 

 

[KOSSOVO] Non insegnate ai bambini… la vostra morale

Set 01, 2016

Attraversare i Balcani dalla Slovenia alla Grecia è stata un esperienza interessante sotto molti punti di vista. Su tutti un aspetto in particolare ha prevalso. Non credo di averci capito molto, ma ho semplicemente constato la miriade di questioni d’identità e rivendicazioni territoriali di questa terra.
La Slovenia con la sua cultura mittle-europea, la Bosnia divisa tra croati, serbi e mussulmani, il Kossovo e la sua discussa indipendenza e per finire la diatriba “denominativa” tra Macedonia e Grecia.

Le abbiamo sentite tutte, davvero tante.

Non sarò qui a parlavi di tali questioni perchè non mi sento nè all’altezza, nè la mia opinione può ritenersi più vera di tante altre che si possono ascoltare.

Invece vi parlerò dei bambini.

In molti dei discorsi che ho ascoltato l’elemento ricorrente era: “un tempo vivevamo tutti pacificamente insieme…” poi qualcosa è cambiato. Sono diventati grandi.

Prendiamo due bimbi che giocano, essi non si sentiranno mai diversi finché qualcuno non gli dice che sono diversi.
(mi ricordo ancora della piccola Nina, macedone, diventata amica di una bimba greca nel campeggio di Portokali, giocavano e parlavano a gesti, i loro genitori erano stupiti e meravigliati.)

I bambini sono dei piccoli adulti, adulti liberi. Pensiamo che loro giochino con la fantasia, ma in realtà la fantasia maggiore è quella dei grandi, che si inventano l’odio per i propri simili.

I bambini comunicano, sempre e comunque, in ogni circostanza e con ogni mezzo. I grandi no, pongono muri di silenzio e quando non c’è dialogo, nasce una guerra.

I bambini sono spontanei e naturali, non seguono nessuna corrente, ideologia, pensiero o cultura… pensano con la loro testa, finché i grandi gli insegnano a pensare come loro.

I bambini non hanno paura del buio, sono i grandi a insegnargli di aver paura di esso, perchè è nel buio (ovvero l’ignoranza) che si nasconde il nemico.

Ecco, qualcosa del genere succede ogni qualvolta scoppia una guerra o si alza un muro.
Qualcuno, dall’alto, fomenta le diversità portandole all’odio. La differenza diventa un problema da combattere ed eliminare. Quando invece potrebbe essere, e lo è, una ricchezza! Cosa sarebbe il mondo senza diversità? Non sarei qui a viaggiarci sopra con la mia Vespa.

Quel qualcuno può essere visto come un adulto, che per seguire e convalidare la propria morale, insegna ai bambini a comportarsi come lui. Lo fa a fin di bene, ne è convinto. Perchè crede nell’antica storia “dei buoni e dei cattivi” (non è un caso che molte delle fiabe raccontate ai bambini abbiano sempre questi due personaggi) e la trasmette ai suoi figli.

Non c’è niente da fare, anche il più nobile dei pensieri può dar luogo a una guerra nel momento in cui non riesce ad accogliere un pensiero diverso.

I Balcani sono un esempio di questa assurdità ma se ne possono trovare migliaia in questo mondo. Mi viene in mente il genocidio del Rwanda. Anche li la stessa frase “un tempo vivevamo tutti pacificamente insieme…” e si sono scannati tra vicini senza nemmeno bisogno di armi (per questo non credo più che siano le armi a uccidere… se l’uomo è pervaso dall’odio può compiere una strage anche solo a suon di machete).

E allora la domanda sorge spontanea, cosa dobbiamo insegnare ai bambini? Nemmeno Gaber sa dirlo, ma sa cosa NON insegnare.

Dategli fiducia e amore… il resto è niente.

(andrea)

 

 

 

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