I PENSIERI DELLA MOTOCICLETTA #1. morfologia di un viaggio (o vita)

Ago 23, 2016 by nessunofermalestelle in  andrea Blog chi siamo evidenza

Quando la mente è sgombra da pensieri “tecnici” circa il viaggio, allora amo filosofeggiare a mio modo.

Viaggiare è un po come vivere,

diceva il saggio. Perchè infondo molte delle cose che fai le avresti comunque fatte anche rimanendo a casa.

Dormire, mangiare, bere, respirare, lavarti, scrivere, leggere, guidare…

Per i saggi zen, tutto infondo è la stessa cosa. Il buon caro vecchio Vuoto… ma questa è un altra storia.

viaggio

La mia teoria della morfologia del viaggio è cominciata pensando al momento esatto in cui mi trovavo (hic et nunc).

Mi sono chiesto: “come ricorderò questo momento quando sarò tornato a casa?”, “cosa racconterò?”, “come melo immaginavo prima di partire?” “ma, soprattutto, me lo ricorderò o verrà dimenticato?”

Vita e Viaggio sono due concetti che ritengo molto simili

e li userò come sinonimi. Un viaggio non esiste nel solo momento in cui si viaggia. Un viaggio è fatto di azioni contingenti e contenuti, ovvero il significato di queste azioni. Questo significato non si esaurisce nell’azione ma permane nella mente dei ricordi di una persona per molto tempo. Egli, oltre a ricordare, racconterà il suo viaggio, ovvero proverà a comunicare il significato della sua esperienza ad altri. Prima ancora immaginava già questo viaggio. In ultimo non bisogna tralasciare che molte azioni e rispettivi contenuti potranno cadere nell’oblio ed essere dimenticati.

Un viaggio infondo è il racconto di quel viaggio. Potrà coincidere o meno con la realtà, ma non tradirà il suo significato.

viaggio

Ecco, tutto ciò, se siete d’accordo, potete applicarlo al concetto di Vita, così come a quello di una torta (immagino una torta, la mangio, mi ricordo quanto era buona e lo racconto a un mio amico, dopo un anno però me ne sarò dimenticato).

Esiste la VITA, quella VISSUTA, RICORDATA, RACCONTATA, IMMAGINATA, DIMENTICATA, INVENTATA.

Sono tutte parti della stessa cosa e nessuna può ritenersi più vera di un’altra perchè son fatte tutte della stessa materia, le parole.

L’importante è sapere con quale di queste parti si ha a che fare.
Se, per esempio, chiedo a qualcuno di raccontarmi come vive, devo considerare che le sue parole saranno un insieme di realtà vissuta, ricordata, immaginata, inventata, dimenticata e infine raccontata. Un bravo etnografo sarebbe sicuramente in grado di isolare tutte queste parti e cercare ciò che gli interessa.

viaggio

Passato, presente, futuro, convivono nello stesso momento. Così come realtà e finzione.

Questa consapevolezza mi fa sentire immensamente pieno, pieno di vuoto, a cui do forma con il mio racconto.

Spesso infatti si ha la sensazione che il tempo fugga via,

godersi l’attimo non basta, allora so che potrò richiamare alla memoria un episodio e riviverlo infinite volte. Se qualcosa non è andato come speravo, potrò sempre romanzare, aggiungendo o togliendo qualche dettaglio, infondo i ricordi sono miei e posso farne quel che voglio.  Non sono un cronista, sono solo un uomo che vuole rendere unica la propria vita!

viaggio

Lasciatemi fare un’ultima metafora.

Un viaggio è come un buon vino, una volta imbottigliato continuerà a fermentare e migliorare invecchiando.

 

Le parole sono tutto.
Sono la forma dei nostri pensieri.

(Andrea)

DA MILANO A SAIGON — LE INFO PRATICHE

Nov 17, 2017

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[TURCHIA] HASANKEYF, un gioiello che verrà sommerso

Set 17, 2016

I luoghi a questo mondo si dividono in quelli che vedi per la prima volta e quelli in cui sei già stato almeno una volta.
Nei secondi, oltre a riconoscere il posto, ritrovi anche traccia del tuo passaggio. Entrambi (tu e il posto) vi troverete cambiati.
Il tempo è una forza dinamica che trasforma. Come il vento soffiando sulle rocce per millenni le leviga, così, anche solo pochi anni bastano a far cambiar volto a un piccolo paesino sulle rive del Tigri in Turchia sud-orientale.

 

Hasankeyf
Hasankeyf nella regione di Batman, Turchia

“Ecco Hasankeyf,

appena dopo il ponte dovrebbero vedersi i miei amati ristorantini costruiti sulla palafitte sopra il fiume, in cui sette anni fa mangiai pesce e da allora ogni volta che mi chiedono qual’è il posto più bello del mondo io dico: qui, Hasankeyf! Perchè oltre al fiume, le grotte, il cibo e il mercato, c’è anche un meraviglioso e immenso sito archeologico composto da antiche case scavate nella roccia fino ad arrivare al castello che sormonta tutta la rocca.”

Oltrepasso il ponte, mi giro a destra, pronto a indicare a Pietro quel che da tempo ho aspettato di fargli vedere.  Invece nulla. La spiaggia è deserta. Dove sono i ristorantini di pesce alla griglia?

 

dallalto

 

Poco più avanti l’Hasankeyf Motel c’è ancora,

ci avevo dormito anni fa, insieme ad altri turisti che come me si spingevano in questo remoto angolo di mondo. Oggi invece noi siamo i primi turisti da non si capisce quanto tempo… e forse anche gli ultimi (la famiglia che gestisce l’hotel ha deciso ormai di chiudere i battenti). L’edificio è molto spoglio ma affaccia con degli accoglienti balconcini proprio sopra il Tigri di cui si sente il piacevole suono.
Ci facciamo raccontare cosa è successo.

 

Hasankeyf
l’Hasankeyf Motel, dopo il ponte sulla sinistra e i fratelli Mahmud e Ercan

 

“Hanno chiuso tutto.

Sono cadute delle pietre qualche hanno fa, dal costone in alto fin giù sulla spiaggia, qualcuno è pure morto (??), al castello non si può andare, i ristoranti si sono spostati sul lato opposto del ponte. Qui in Kurdistan sono ricominciati i problemi, guerriglieri curdi e soldati dell’esercito turco hanno ricominciato a combattere, aggiungici poi la guerra in Siria (a pochi chilometri da qui) ma soprattutto il fatto che questo paese verrà presto sommerso da un imponente diga nel giro di pochi anni…”

Hasankeyf
Ma quante ne ha viste questo fiume? Quante popolazioni, civiltà, culture ha dissetato e nutrito? E’ come un vecchio nonno che ti racconta storie di altre epoche mentre tu ascolti pacificamente e i bambini giocano nelle sue acque.

 

Hasankeyf
il bazar di Hasankeyf

 

ristorantini
i ristoranti di pesce ora si sono spostati dall’altro lato del ponte. posizione meno suggestiva rispetto al passato.

Sono profondamene amareggiato, mi sento impotente,

Hasankeyf sta lentamente morendo e io assisto alla sua agonia. La storia della diga che sommergerà tutto la conoscevo, ma sette anni fa mi sembrava così assurda che stentavo a crederci. Oggi devo ricredermi di fronte all’evidenza della Nuova Hasankeyf che stanno costruendo al di la del fiume in posizione più rialzata.

 

Hasankeyf
la nuova Hasankeyf in costruzione. Presto gli abitanti si sposteranno in queste nuove abitazioni.

Allo stesso tempo mi sento fortunato per aver potuto visitare questo posto,

quando ancora era possibile percorrerlo in ogni suo anfratto, quasi sembrava ancora riflettere i gloriosi tempi del passato. Ora una scarna e asettica recinzione mi separa da quella Hasankeyf che ricordavo.

 

Hasankeyf
questo è solo l’ingresso dell’antica città di Hasankeyf ma ora non vi si può più accedere

 

Hasankeyf
una grotta ancora abitata fuori dal sito archeologico

Hasankeyf verrà sommersa, un gioiello del nostro pianeta nascosto per sempre.

Il Tigri, nemmeno lui potrà opporsi a tale gesto di ignoranza.

Lui che per secoli ne ha dolcemente bagnato le riva un giorno si vedrà costretto a sommergerla violentemente.

Come un uomo indotto senza altre possibilità a uccidere il suo più caro amico. Crudeltà.

 

Intanto gli abitanti vivono rassegnati la vita di tutti i giorni,

mentre la noia e la desolazione calata all’improvviso quasi li induce all’indifferenza per le sorti di questo luogo.

 

pecore
l’attesa di un futuro incerto

 

Per conoscere gli aggiornamenti sui lavori della diga visitate questo sito www.hasankeyfmatters.com

(andrea)

La generazione dei viaggiatori col taccuino. Esiste ancora?

Mag 22, 2016

Il taccuino è il miglior amico del viaggiatore. Ma che fine ha fatto?

Un tempo viaggiavo tanto e insieme a me, nel mio borsello stretto alla vita, c’era sempre lui. Con il mio taccuino immortalavo lo spazio e il tempo, “archiviandolo” nella mia personalissima e segretissima libreria, rendendo il “reale” qualcosa di più durevole della sua natura momentanea. Con la scrittura trasformavo l’evento in racconto e questa pratica mi rafforzava come nessun altra. Era come vivere due volte la stessa cosa, anzi infinite volte, perchè avrei potuto rileggere e rivivere tutte le volte che volevo.
Viaggiare senza dunque era come non-viaggiare. Non me lo scordavo mai.

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Era il testimone delle mie azioni, il confidente dei miei pensieri, la spalla consolatrice e il compagno d’avventure. Aveva una funzione pratica (segnare date, luoghi, indirizzi e persone) e poetica (stati d’animo, confessioni, sentimenti).

Avevo adottato anche delle piccole regole di scrittura, come mettere sempre la data in alto a sinistra, la scelta delle pagine bianche senza righe, circondare a rettangolo i nomi delle città o paesi dove dormivo. Ogni volta che ne iniziavo uno nuovo scrivevo una dedica al primo taccuino posseduto, andato purtroppo perduto in qualche ostello di Dublino. Ma per il resto la scrittura era molto libera.  Mi rivolgevo a me stesso oppure a un indefinito pubblico di lettori, in certi casi a una donna… Scrivevo e rileggevo. Pensavo e scrivevo. A volte disegnavo qualche schizzo, a volte usavo caratteri molto grossi. Se un pensiero mi piaceva particolarmente disegnavo una medaglia.

Lo tiravo fuori in tanti momenti diversi: quando stavo bene, quando stavo male, quando ero in treno, in aereo, il più delle volte prima di andare a dormire, illuminato da una bajoure o una torcia. Ma soprattutto lo aprivo nei momenti in cui mi serviva riordinare le idee. Era come riunire a rapporto il mio personale consiglio d’amministrazione. Iniziavo così il mio flusso di coscienza e, quando lo chiudevo, avevo sempre la sensazione di aver sciolto un nodo, di aver capito qualcosa di nuovo.

20160522_034558Era il mio mondo segreto, raramente l’ho fatto leggere a qualcuno.  Serviva a tenere il filo della mia vita. Ci entravo dentro, mi facevo piccolo e entravo nelle sue pagine, camminavo da una facciata all’altra, mi fermavo a osservare la mia scrittura, i miei schizzi, mi addormentavo dentro di esso.

Pensavo al valore che avrebbero avuto nel futuro, quando li avrei riletti dopo decenni. O quando li avrebbero letti i miei figli (se mai ne avrò…). Testimonianza d’altri tempi, epoche passate.

Avere un taccuino era come avere una spina dorsale forte, un punto di riferimento costante, una casa itinerante, una famiglia.

E poi c’era la fisicità. Lo annusavo, lo toccavo, palpavo la copertina di pelle, toccavo i solchi della mia calligrafia. Lo tenevo stretto nei momenti di contemplazione e meditazione. Quando dovevo comprarne uno nuovo valutavo le caratteristiche con attenzione. Ho sempre usato i Moleskine, prediligevo quelli a copertina morbida con le pagine bianche. Ma non sempre li trovavo e dovevo accontentarmi della copertina rigida indubbiamente più spigolosa e meno tascabile.

20160522_035119Poi arrivò un giorno in cui smisi di scrivere, o meglio, iniziai a scrivere sempre meno, lo trascuravo, scrivevo a distanza di mesi… fino a quando non scrissi più. Non mi ricordo nemmeno quando fu l’ultima volta. Mi è ricapitato di rileggerli, ma mai ho riaperto l’ultimo taccuino, quello rimasto a metà… penso di non averlo neppure salutato, anche se lui aveva già capito da tempo che lo stavo abbandonando.

Non so a cosa sia dovuto, forse la mia vita è diventata meno interessante, forse non meritava più di essere immortalata o semplicemente causa dell’affermarsi di nuovi modi per raccontare se stessi. Queste nuove modalità, a differenza di prima perdono il loro carattere intimo e personale del racconto. Mi riferisco ai “social” (in nuovi diari moderni) dove la scrittura diventa pubblica, un grido alla società che si perde nel rumore di tutte le altre grida. Non si scrive più per se stessi ma per mostrare agli altri. Si perde la funzione “terapeutica”, rimane quella “immortalatrice” che però tanto immortale non è, e dura il tempo di un post in bacheca…
Strano come oggi scrivere per se stessi sembri non avere più senso. Come se la prova di aver vissuto sia data dalla sola possibilità di mostrare la propria vita a più persone possibili.

Bene. Non mi dilungo oltre, infondo chi voglio prendere in giro… sto scrivendo su un blog e non sul mio taccuino.

Andrea

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i miei taccuini e le mie agende

 

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